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I FRUTTI DELLA TERRA
Un nuovo libro edito da Marefosca

Recensione a cura di Alberto Tampellini

Ultima 'perla' dell'ormai nutrita serie di pubblicazioni delle edizioni Marefosca è il volume intitolato Frutti della terra, di Ottavio Rosso, Adriano Mantovani, Floriano Govoni. Concepita con un efficace taglio sintetico e didascalico supportato da numerose fotografie attuali e d'epoca, a colori e in bianco e nero, da illustrazioni tratte da antiche stampe e codici e da gradevoli disegni di Ottavio Rosso, l'opera, con la sua accattivante veste grafica, si prefigge lo scopo di portare a conoscenza del lettore gli aspetti ormai dimenticati della vita quotidiana nelle nostre campagne prima dell'avvento della cosiddetta 'civiltà dei consumi' e dell'attuale massiccia meccanizzazione delle lavorazioni agricole, specialmente per quanto riguarda i tradizionali cicli colturali e produttivi riguardanti quei fondamentali elementi di sopravvivenza per la famiglia contadina che erano il pane, la tela e il vino. Va a questo punto specificato che tale iniziativa editoriale è stata voluta e pensata come il corona-mento ideale dell'attività di appassionato raccoglitore e restauratore di oggetti e testimonianze della civiltà contadina svolta da Adriano Mantovani nell'arco di trent'anni della propria vita e culminata nell'allestimento di un primo percorso espositivo ancora in fieri, in quanto tuttora in evoluzione, vista l'incessante acquisizione di nuovi materiali, ma, pur in attesa di una si-stemazione più consona, già denominato 'Museo Arcòrd dla campàgna' e fin da ora comunque pienamente fruibile da parte del pubblico nella sua attuale collocazione provvisoria e ampiamente raffigurato, appunto, nell'apparato iconografico del volume di cui ci occupiamo. In particolare è lo stesso Mantovani, nella sua nota di presentazione al libro, a fornire la motivazione culturale e morale che lo ha sostenuto nella sua indefessa opera di raccoglitore. "Da quando sono nato - ricorda infatti il sig. Mantovani - non ho fatto altro che lavorare la terra: figlio di contadini, ho ereditato dai miei genitori questa passione. Dalla falce a mano, per tagliare il grano, siamo passati all'uso delle moderne mietitrebbie, ed io ho avuto la fortuna di vivere questa grande trasformazione". Egli quindi, giustamente ed orgogliosamente conscio del cambiamento epocale che ha coinvolto la vita sua e di tanti altri della medesima generazione, concretamente evidenziato dalla congerie di oggetti ormai desueti raccolti nel museo, avverte su di sé la respon-sabilità di far conoscere e valorizzare ciò che resta di tale patrimonio di esperienze e di cultura affinchè non vada perso interamente e definitivamente e sia data la possibilità ai giovani di ricordare sempre "chi siamo e da dove veniamo".


La prima parte del libro è dedicata al pane, tuttora elemento principe sulle nostre tavole, e ripercorre ogni fase della sua produzione dall'aratura dei campi, alla semina del frumento, alla mietitura e alla panificazione domestica. La trattazione prosegue poi col capitolo dedicato alla tela, in cui si descrive tutto il lungo e faticoso procedimento di lavorazione della canapa, coltivazione oggi scomparsa ma che per lungo tempo ha costituito una delle risorse primarie delle nostre campagne. Come terzo caposaldo della locale civiltà agricola viene poi presentata la coltura della vite, di cui si espongono le fasi fino alla vinificazione vera e propria. Il volume è arricchito inoltre da un inte-ressante glossario riportante ".le parole dialettali, in uso nella nostra zona, che hanno attinenza con le lavorazioni descritte", specialmente le più rare ed obsolete, ripescate non senza sforzo dalla memoria di chi le conobbe nella vivezza di un dialetto ancora predominante nell'uso comune. Fra i termini più curiosi possiamo citare ad esempio la sópa màta ("zuppa matta"), cioè una "zuppa di pane raffermo cotto in padella con un sugo a base di conserva, sale, pepe, noce moscata e un po' di ritagli di prosciutto o di pancetta.", lo sparadêl, "accessorio del telaio che serve per tenere in tensione la tela", da cui metaforicamente il noto detto popolare "andêr fòra dal sparadêl: andar fuori dal seminato, sragionare" e una puntigliosa e quasi scientifica elencazione di varie qualificazioni del vino in cui si arriva perfino a distinguere il vén daquê, cioè il "vino schietto con aggiunta d'acqua", dal vén batzê, cioè "vino schietto contaminato dall'acqua", e dal vén lóng o vén slunghê, cioè "vino schietto con aggiunta di molta acqua".
Concludono infine il volume l'inventario degli oggetti raccolti nel museo Arcòrd dla campàgna e un'interessante e gustosa rassegna di proverbi attinenti al mondo contadino. E proprio uno di questi proverbi, che sentenzia lapidariamente al pàn l'ha savour soul sl'è guadagnê col sudòur, ci fa particolarmente capire con quale dedizione alimentata da fiducia e speranza incrollabili nella generosità della 'madre terra' i contadini abbiano lavorato per secoli arando e seminando, zappando e falciando, mietendo e vendemmiando, trovando comunque sempre la forza di andare avanti e di ricominciare anche dopo gli immancabili e innumerevoli disastri meteorologici che da sempre hanno periodicamente funestato le campagne, dopo i perniciosi attacchi dei parassiti e, cosa ancora più grave, dopo le razzie e le devastazioni di ogni tipo cui il mondo rurale è purtroppo andato incontro in se-coli di guerre e selvaggi conflitti. Ecco quindi che nelle pagine del libro si avverte in fondo risuonare anche un'eco lontana dei versi con cui il poeta latino Virgilio (Georgiche, I, 160 - 162; 493 - 497), fra i massimi cantori degli aspetti lirici dell'ambiente agreste, contrappone implicitamente le pacifiche e produttive attività agricole, da sempre fonte di vita per il genere umano, alla guerra, fonte di morte e distruzione, ricordando ".quae sint duris agrestibus arma, quis sine nec potuere seri nec surgere messis: vomis et inflexi primum grave robur aratri. (".quali siano le armi dei rudi agricoltori, senza le quali non si potrebbe seminare né la messe crescerebbe: il vomere per primo e il pesante legno del ricurvo aratro.") ed immaginando che, nel corso della incessante opera di dissodamento svolta dai suddetti agricoltori in luoghi che erano stati in passato teatro di cruente battaglie come quella fratricida di Filippi in una sorta di auspicata nemesi storica scilicet et tempus veniet, cum finibus illis agricola incurvo terram molitus aratro exesa inveniet scabra robigine pila aut gravibus rastris galeas pulsabit inanis grandiaque effossis mirabitur ossa sepulchris ("certo verrà il giorno in cui il contadino impegnato a lavorare il suolo in quei territori con il ricurvo aratro troverà giavellotti corrosi da scabra ruggine o colpirà con pesanti rastrelli elmi vuoti e stupirà alle grandi ossa nei sepolcri scavati").

Adriano Mantovani, Ottavio Rosso, Floriano Govoni, I frutti della terra. Il pane, la tela, il vino, Edizioni Marefosca, S. Matteo della Decima, 2005. Responsabile della distribuzione: Libreria LOGAN (Persiceto) Tel. 051/826729





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