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CHERUBONI: MANISCALCO E POETA
a cura di Poluzzi Fabio
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Può nella stessa persona, con uguale dedizione e facilità di eccellere, coesistere la maestria di un qualificato fabbro maniscalco e la traboccante ispirazione di un prolifico poeta?
La risposta sta nella vita di Antonio Vandini di Cherubino(1) capace di forgiare il ferro e allo stesso tempo di intrecciare pregevoli rime dense di riferimenti letterari.
Una personalità duale, eclettica in apparente contraddizione con il microcosmo della mascalcia(2) nella casa di proprietà della famiglia Vandini in via Provinciale 99 a San Matteo della Decima, ora via Cento 115(3).
In realtà, il nostro erudito fabbro maniscalco non interloquiva soltanto con spicci birocciai, mezzadri analfabeti, ma annoverava tra i suoi amici veterinari, ingegneri(4), possidenti e, tra questi, strinse un’amicizia di penna ( e non solo) con il cav.Oreste Calari, proprietario di Villa Giovannina.
Dove e in che modo Antonio Vandini o meglio “Cheruboni”, come si autografava, accettando di buon grado il nomignolo derivante da una storpiatura del nome di suo padre Cherubino, aveva potuto sviluppare la propria sensibilità poetica tanto da meritare la stupita ammirazione dei notabili del tempo?
Rimane un mistero, anche se si può immaginare che proprio la frequentazione di ambienti del notabilato locale gli abbia consentito di accedere a biblioteche private e autori classici. D’altra parte questo singolare accostamento fra umiltà della condizione professionale riferita alla con-creta esistenza e produzione letteraria di livello ha uno straordinario precedente proprio in ambito persicetano e, per di più, si tratta ancora una volta di un fabbro, anche se maggiormente incline alla narrazione e alla commedia, vissuto più di tre secoli prima: Giulio Cesare Croce. Non si può escludere a priori che l’idea di scrivere “Bertoldo e Bertoldino” sia nata in una fucina in fondo non tanto diversa da quella dei Vandini. Così come non si può escludere che Cheruboni alternasse il maglio alle buone letture. Anzi non vi può essere altra plausibile spiegazione.
Ne fanno fede i riferimenti letterari continuamente ricorrenti nella sua poesia.
Cheruboni, infatti, non fu poeta dialettale raccogliticcio: padroneggiava la metrica e scriveva in un italiano colto anche quando il suo poetare mirava a sottolineare un episodio spassoso o a cantare le nozze della figlia Venusta. Il matrimonio si celebrò a Decima il 17 febbraio 1914 e Cheruboni accompagnò all’altare la figliola in tight e cilindro alla stessa stregua di un inappun-tabile gentiluomo di città.

Fu quella anche l’occasione per dedicarle, nella partecipazione che annunciava il gioioso evento, le proprie fatiche letterarie: “Dedico a lei la raccolta dei miei versiculi scritti in diverse circostanze furando ore alla ricreazione e al riposo...” Nella stessa partecipazione Cheruboni appare particolarmente ispirato, quasi aulico:
Andrete versi miei dispersi al vento
Giacchè niun diritto in voi hanno le Muse;
Anzi da queste biasimar mi sento
E proibire insin d’addurre scuse
Dicendo: - Esser sì rari i lor protetti
Chè pochi son ch’han le dovuti doti:
Sana la mente e il cor pieno d’affetti
E vasto come un mar di lidi ignoti.
Idea, pensier gagliardo e foco vivo
Atto a disfare ed a creare insieme,
Colto in materia e specie non sia privo
Di storia greca ancora, e ciò assai preme.
-Questo mi disser le Muse divine;
E se ho mancato voglio almen mostrare
La ragione per cui m’è dato e il fine
Di trasgredir que’ detti, e poetare!
E fu per dedicare a te figliuola
Questi miei versi di cultura privi,
Onde ai nipoti miei più che a parola
Mostri col buon voler dove s’arrivi.
Il nostro dovette godere di una certa fama nella elite culturale locale tanto che, ormai non più in condizione lavorativa e trasferito a Persiceto, gli fu recapitato il testo di un sonetto anonimo datato 20.5.1926 di contenuto marcatamente enco-miastico del seguente tenore:
“Ferrar cavalli e martellar un verso,
artista Cheruboni è vanto e gloria
di voi fabbro e poeta a tempo perso,
senza ombra di superbia e senza boria.
E se vi penso nello stadio immerso
di un piè deforme a ricercar la storia,
voi rivelate al mondo e all’universo
l’italo genio nato alla vittoria.
Così ritrar felice ormai v’è dato
dal lavoro del braccio e del cervello
di laudi e d’oro il premio meritato.
E Persiceto, nella pace quieta,
un giorno scriverà sul freddo avello
qui giace l’altissimo poeta.”
Cheruboni, ringraziando per gli elogi, rispose da par suo:
“Questo non merto! I suoi gentili versi
a mio riguardo arrossir certo mi fan
tanto ben scritti e laudativi e tersi
e non sapendo da chi, dubbio mi dan.
Perché io sento e so, d’esser nulla
ma ben comprendo il suo lavoro (Sonetto)
erubescenza in viso qual fanciulla
no, ma balzare il cor sento dal petto.
Quindi di ringraziarLa è mio dovere
pel grande elogio, certo immeritato;
potessi in qualche modo intravedere.
Quel genio tutelar ch’ha si stimato
l’oscuro nome mio, senza alcun merto,
cordial stretta di mano Le darei certo.”
Probabilmente Cheruboni conosceva l’autore della lode (il possidente Oreste Calari? Il capitano e veterinario dottor Alfonso Burzi?) e il “botta e risposta” in versi rappresentò solo un episodio del consueto rivaleggiare tra poeti dilettanti nella ricerca stilistica e nelle figure retoriche.
Epigrammi e sonetti legati a scambi di cortesie, manifestazioni di stima ed amicizia o, altre volte, a denigrazioni o strali facevano parte della tradizione colta, dai poeti latini in poi, e conobbero una straordinaria fortuna negli ambienti bolognesi ( e non solo) a cavallo dell’otto/novecento(5).
Ormai acclamato cantore delle persicetane sorti, Cheruboni si cimentò in alcuni componimenti più impegnati, in cui esprime tutta la sua arte.
Proviamo a leggere quelle rime e fingiamo di ignorarne la paternità, conoscendone solo la temperie culturale.
Sulla base anche solo delle nostre reminiscenze scolastiche, a chi le attribuiremmo d’acchito? Probabilmente faremmo nomi altisonanti.
In questa chiave, possiamo richiamare il poemetto (50 sestine, ognuna con quattro strofe a rima alternata e due a rima baciata) composto in occasione dell’inaugurazione del restaurato Castello della Giovannina, ad opera dell’ing. Giuseppe Ceri(6).
Si trattò dell’occasione per scrivere il panegirico della facoltosa famiglia Calari, che poco prima aveva acquistato la villa che era stata dei Bentivoglio, degli Aldrovandi, dei Caprara, dei Cavriani e dei Plattis.
In particolare intese onorare e lodare le figure del già citato Oreste Calari subentrato al padre Sandro che per primo aveva intrapreso il restauro della villa caduta in un desolante stato d’abbandono e di degrado.

L’intento laudativo fa da pendant ad una minuta descrizione dei lavori di trasformazione della villa e di recupero dell’arredo e della quadreria, cui attesero alcuni coevi artisti, progettisti e restauratori di area centese e di buona fama:
“Quando, ripeto, anch'Ei per dura legge
Soccombere dovè (chè pur creato);
Lasciava però un Figlio, il quale regge,
Al par d'un ingegner ben laureato,
Tanta ricchezza e con perizia rara
Che a perdita fatal bene ripara.
Nomasi Oreste; il quale avanti tutto
Rimodernar si diè la scuderia;
E i box e poste e camerin, poi tutto
Con precision dispose e in armonia,
Chè stimolato fu dal Genitore
di proseguir con arte e con amore.
Poi del Castel rifè ciascuna torre
Alzandola ben più che di tre metri,
E mura e merli in cima vi fe' porre
A somiglianza de'Castelli tetri,
Dove l'amore e l'arme fêr baldoria
aAi tempi del principio di tal storia.
Ed altra bassa torre, posta in via,
Con tetto edificò, più un belvedere:
E un tortuoso, muro, a fantasia,
Il parco verso il nord chiude a dovere;
Dall'arco colossale solo Calari
Accede a la tenuta od i suoi cari."
(omissis)
L'ingresso principal angusto Ei vede
E aggiunger gliene fa due laterali
Che acceder sol si può se non a piede:
Slargar fa ancora il ponte insiem con l'ali,
E per armonizzar, come ha di patto,
Al sommo dei pilastri dà lo sfratto.
(omissis)
Poiché un provetto artista che è il Balboni
Prima levava a mo' le negative
Con special bagno e sue preparazioni
Offuscava dippoi le tinte vive,
Così il dipinto aggiunto, benchè nuovo,
dissimil dall'original non trovo.
La loggia al primo piano è divenuta
Un tempio d'arte per lo suo dipinto,
Chè stemmi, medaglioni e la minuta
Decorazion, fa ognun restar convinto
Del Genio singolare e del valore
Del Professor Fortini suo autore.
(omissis)
Voglia, Gentil Signor, questo accettare
Mio debole lavor. Compreso ognora
Da grande ammirazion, volli tentare
Cantar Sue doti e Sue dovizie ancora:
E se questo riuscì miser tributo,
Creda! ... che far di più non ha potuto."
Dello stesso tenore le 31 quartine a rime alternate scritte nel 1925 dedicate alla “Temeraria descrizione di un bellissimo villino costituito in Persiceto alla svolta della stazione”.
Si tratta della nuova dimora della famiglia del cav. Giovanni Lodini e dei figli Vincenzo e Angiolino.
Una costruzione che univa pregio estetico e soluzioni d’avanguardia per l’epoca e si segnalava per il mobilio sfarzoso e le opere pittoriche di Ivo Quaquarelli(7).
(Omissis)
“…A la svolta di stazione
un villin vediam brillare
esso emerge in costruzione
per la forma esagonale.
Il signor Giovanni e figli
costruir fev tal villino,
e non v’è chi l’assomigli
pel lavor perfetto e fino.
Omissis
…Il mobilio poi… sfarzoso!
i dipinti anch’essi belli;
vada un plauso doveroso,
al pittore Quaquarelli…”
Oltre a questa vena descrittiva, Cheruboni è indotto a poetare dal compiaciuto rapporto di interlocuzione con Oreste Calari e con il capitano e veterinario dott.Alfonso Burzi(8).
Si inscrivono nel rapporto col possidente le 6 quartine a rima alternata che recano il titolo “Carissimo Oreste Calari tanto tuonò che alfine piovve” scritte in risposta a “buone cartoline” ricevute da Montecatini.
Probabilmente il Calari si era burlato con sottili sottintesi del
“…povero e consunto Cheruboni
che sol placidamente a lavorare bada
per contentare i suoi padroni”.
Scritto nel 1916, il sonetto contiene alcuni riferimenti alla guerra già pienamente in atto.
Risale al 1919 un altro sonetto formato da 7 quartine a rime alternate, sempre indirizzato al Calari, in cui Cheruboni lamenta l’aumento dei costi dovuti alla crisi post-bellica:
“Ci ho rimesso in tal partito
sian di tasse i forti aumenti
più il rincaro della vita
coi garzon non mai contenti”
La preoccupazione principale di Cheruboni è comunque quella di ribellarsi (con accenti finanche scurrili) alla fama di gaudente e dongiovanni che qualcuno gli attribuisce:
“V’ha di più, mi si descrive
quale satiro impudente,
son calunnie affatto prive
di confronto, all’insolente”
Al tono scherzosamente allusivo venato di scurrilità ricorre anche nella interlocuzione col dott. Alfonso Burzi, veterinario a San Matteo della Decima e capitano.
Siamo nel 1918 e, premessi i soliti omaggi alla fama e all’intelletto del destinatario, Cheruboni passa alle lamentele “Ah! Quel bucarellin”
Si tratta della burlesca reazione ad uno scherzo consistito nel recapitargli una busta bucata in modo tale da far emergere un’immagine scurrile con intento canzonatorio nei suoi riguardi.
Il tono reciprocamente canzonatorio permane anche in un altro sonetto rivolto al Burzi (1919), reduce da una rovinosa caduta da cavallo a causa di un fossato, per fortuna senza conseguenze :
“Faccio i miei rallegramenti
pel pericolo scampato
s’è altr’uomo, che si sgomenti,
si saria certo annegato.
“Ma nemmen na scalfittura
ringraziar può il Padre Eterno
non cogliendo congettura
per mandarla giù all’inferno”
In altra occasione, il Cheruboni si diverte a ricamare su un “Ma!” proferito dalla signora Burzi e carico di sospetti per la prolungata assenza da casa del marito veterinario, nell’occasione ufficialmente impegnato a Bologna quale giudice di un processo.
Su quel “ma!”, Cheruboni costruisce un gustoso sonetto che ha per protagonista il valente veterinario venuto da S. Leo a San Matteo della Decima
“frazione un po’ triviale
per cui male sicura,
di ciò non se ne cale
un guerrier senza paura!”
“Poscia scoppia la guerra,
vien fatto Capitano
pel merto suo, non erra
ch’era nel curar sovrano.
Or ritornato in pace
e in bella casa, lieto
gusta il buon tempo edace
con sua famiglia e quieto”
Ma nell’occasione, è l’assenza da casa di quel presunto giurato a scatenare la scoppiettante invettiva di Cheruboni:
“Ma, non vorrei...l’assenza
da casa, chè Giurato,
non gli causasse absenza
essendo... effeminaro!...
Ch’egli è maestro , e quale!
Di lesbici artifizi...
e insiem con altro Tale
ben san gustar tal vizi”.
C’è anche un Cheruboni che affida la pena del cuore ai toni amari, agli accenti venati di tristezza e di rimpianto come in occasione della perdita della moglie.
Questo fatto lo induce ad un radicale cambiamento di vita come egli stesso attesta:
“Avendomi l’inesorabile destino rapita il 10 luglio 1922 la mia cara metà ed essendo rimasto solo ho dovuto abbandonare il mio mestiere di maniscalco ed il nido che mi manteneva lo spirito, la vena ed il quieto vivere”
Le quartine che seguono a questa introduzione sotto il titolo :“Nostalgia misantropica” hanno un andamento e un’intonazione struggente.
puntando gli occhi in giro
sul mio cortile assiso
di sera al fresco ammiro
tanti lavori miei.
Alberi siepi e piante
ch’adornano mia casa
ed altre cose tante
che pur scordar vorrei.
Di molti e quadri e scherzi
fregiai tale casetta
che poi dovrò a dei terzi
ceder… Oh… Dannazion!
Or morta la mia cara
donna di buon costumi
tal dipartita amara
tuonò disperazion!!
Con vero amor paterno
provò mia figlia cara
di riparar lo scherno
che m’ha colpito in pien.
M’ha messo a Persiceto
insieme a ‘na mia zia
pur qui nemmanco queto
ad onta del gran ben.
Ed or al colmo pieno…
di sofferenza lasso!…
vendo la casa in meno
stentando i pochi dì.
Fosse pur breve il corso
di mia randagia vita
che senza alcun rimorso
me ne torrei da qui.
(Omissis)
Speranza mia delusa
di chiuder gli occhi in pace
la mente m’ha confusa
non m’orizzonto più.
Fosse doman quel giorno
di redenzion bramato
che più non fa ritorno
chi parte di quaggiù…
Commemorando, l’anno dopo, la morte dell’ami-co ingegner Giuseppe Ceri, il restauratore del castello della Giovannina e fondatore del giornale satirico “La Striglia”, Cheruboni esprime una poesia ancora dolente, ma già più energica(9)
Tu sei morto, amico Ceri
strigliator di groppe umane;
dipartito senza averi
dando al Ciel tue spalle sane!
E davver, caro ingegnere,
se al danar ti fossi dato,
colmo avresti un gran forziere
di danar, ben guadagnato.
Ma buon critico e sincero
neppur l’oro in te ha prevalso
per comprarti; e a capo altero
hai strigliato il vizio e il falso.
Oh se i pochi eletti, al mondo,
t’incitassero un tantino,
sparirebbe il grave pondo
del social Verbo quattrino!
Pe’ i tuoi merti, o Uom preclaro,
or lassù sei festeggiato:
se il destin ti fu qui avaro
or nel Ciel tu sei premiato!
La stessa energia la ritroviamo nel 1924 nella sestina,quasi epigrammatica, dedicata all’ing. cav. Enrico Masetti, insignito dell’Ordine della Corona d’Italia(10)
Giovin signor, no, non morrà tuo merto
Finchè di giusto avrà palpiti il core;
Tu di nostr’era gloria o Grande esperto,
Ridai al mondo gusto il primo onore.
Dal savio Tuo oprar ognun comprenda
Che sprecata non è tale commenda.
Un Cheruboni pienamente recuperato alla verve dei giorni migliori è quello che indirizza uno spumeggiante sonetto all’amico e collega mani-scalco Roberto Vecchi:
Di mascalcia modello
l’esercizio tuo
tanto per il martello
che l’elemento suo.
Di gioventù perfetta
nell’energie vitali
che all’osservarli alletta
lottar cogl’animali.
C’è Vincenzone, il toro
ch’è pronto ad impartire
gli ordini di lavoro
con sue speciali mire.
C’è Guido, lo stallone,
un Endymion secondo
che lotta qual Sansone
per inchiodar di pondo.
Poi vien Tonino il bello
un buon lavoratore
anch’esso un neo torello
degl’altri non minore.
Un altro che non sbaglia
è un giovincel vezzoso
Tonin, certo lo eguaglia
col far suo scherzoso
Bulcina e al Nécc ragazzi
classificar non oso
del lor mestier van pazzi
ma l’avvenir… dubbioso.
Dunque vivi tranquillo
amico fortunato
all’ombra del vessillo
del tuo martel forgiato.
Vogliamo congedarci dalla figura di Antonio Vandini ricordandolo in due occasioni in cui al nostro, rivestito di ufficialità, viene affidato il compito di celebrare pubblicamente un evento o una vicenda collettiva.
In occasione dell’inaugurazione della Ferrovia Cento-Decima-Persiceto(11) nel maggio 1911, scrisse questo sonetto:
Anche da Decima
la vaporiera
passa, e con giubilo
in fitta schiera
noi auguriam
che questa via
presto con Modena
congiunta sia.
Ciò fa convincerci
che un gran progresso
l’Italia libera
sviluppi adesso
chè, non più giovane,
ma adulta e forte,
sa ognora accrescere
la propria sorte.
Spetta al suo popolo
(ch’è fra gli eletti)
nei figli imprimere
savi concetti;
così la Patria,
non a parole,
vedremmo florida:
Iddio lo vuole!
La lettera-invito(12) scritta ai soci da Cheruboni, in qualità di Presidente della “Società di Mutuo Soccorso fra gli operai e giornalieri di S. Matteo della Decima”(13), per l’inaugurazione della nuova residenza di questo soda-lizio, si chiude con queste due quartine:
Già la Fede è ancora viva
viva fonte d’altri fini
resa ancora più intensiva
dal gran Duce Mussolini.
Vo’ sperar che questa sola
della Fede ognor protetta
dal profumo che n’esala
renda l’Ente benedetta.
Antonio Vandini, in arte Cheruboni, si spense a San Giovanni in Persiceto il 27 ottobre 1933, all’età di 79 anni.
Note
1) Vandini Cherubino di Antonio e della Orsola Candini, nacque a Decima il 25 luglio 1830; sposò Carlotta Malaguti.di Antonio e Angiola Macchi, nata a Decima il 16 agosto 1831. Da questa unione nacque Antonio (detto Cheruboni) il 26 ottobre 1854 che sposò Carolina Rappini di Gaetano e della Giacinta Baraldi, nativa di Argile, di professione sartrice. Ebbero 4 figli, ne visse uno solo: Venusta.
Venusta nacque a Decima l’8 agosto 1888; sposò, il 17 febbraio 1914, Adamo Salmi di Crevalcore; ebbero un figlio, Sergio, che ora vive a Modena.
2) Con Cheruboni lavorava nella mascalcia anche il fratello Roberto; sposò Agnese Ottani, nata il 14/2/1870, di Luigi e della Anna Ferranti, anch’essa sartrice. Ebbero 5 figli: Angiolina (19/8/1893); Maria (9/8/1896); Cherubino (17/9/71897); Teresa (1/9/1899); Bianca (15/5/1902).
Nella mascalcia lavorava anche Luigi Ottani, nato l’8/7/1870, di Lorenzo e della Adelaide Bergamaschi, sposò Enrica Nicoli, nata il 14/5/1870, di Luigi e della Maria Stracciari. Ebbero una figlia: Carolina, nata il 31/1/1897.
3) La mascalcia si trovava al piano terra della casa di proprietà dei fratelli Vandini.
Le note di spesa dei clienti venivano scritte su dei fogli a righe ed in alto veniva riportato il timbro dell’azienda che includeva la seguente scritta, inserita all’interno di un ferro da cavallo: Premiata mascalcia fratelli Vandini – Decima; in basso la scritta: Cheruboni e al centro del ferro il disegno di una testa di cavallo.
Quando Cheruboni, nel 1923, si ritirò dall’attività di maniscalco, subentrò Pietro Caprara.
Pietro Caprara, maniscalco, di Giulio e della Maria Bonfiglioli, nacque a Casadio nel 1900, sposò Adele Landini, di Alfonso e Luigia Zuppiroli, nata nel 1900 ad Argelato, massaia. Abitavano in via Provinciale 99 a Decima, nella casa che fu di proprietà della famiglia di Antonio e Roberto Vandini e che questi ultimi gli vendettero quando si ritirarono dall’attività.
4) Fra gli amici altolocati c’era anche l’ing. Giuseppe Ceri.
Giuseppe Ceri nacque a Firenze nel 1839, si trasferì a Bologna giovanissimo e vi operò, come ingegnere, fino al 20 ottobre 1923, giorno della sua morte. Della sua genialità progettistica restano numerose te-stimonianze quali, ad esempio, alcuni palazzi che si affacciano sulla via Indipendenza, la chiesa di S.Paolo di Ravone interamente poggiante su palafitte, il cimitero di Crevalcore progettato assieme all’arch. Luigi Ceschi e il restauro del castello della Giovannina, su commissione di Sandro e Oreste Calari. Bolognese di adozione, fu consigliere comunale con Giosuè Carducci e nel 1886 presentò all’Amministrazione comunale di Bologna una petizione per contrastare l’edificazione del tempio crematorio nella Certosa, ritenendola una “profanazione” del cimitero; fondò e diresse il giornale satirico “La Striglia” che distribuiva personalmente e gratuitamente ai cittadini bolognesi percorrendo le vie principali a bordo di una carrozza a cavalli.
Inventò la storia del tortellino scrivendo un poemetto ispirandosi a La Secchia Rapita del Tassoni: Venere, Marte e Boccaccio, scesi a dar man forte ai modenesi, si fermarono a dormire in una locanda di Castelfranco Emilia, giusto a metà strada tra Bologna e Modena. Lì Venere si fece sorprendere senza veli dall’oste che, per non scordarsi la sua bellezza, si affrettò a riprodurre l’ombelico della dea creando, appunto, il tortellino.
Di seguito riportiamo la parte terminale del poemetto scritto dal Ceri:
Venere... dall'ampio letto scese
Con un salto sì poco misurato
Che sollevandosi la camicia bianca,
Poco più su dell'anca,
Onde l'oste felice
(Lo dico o non lo dico?)
Di Venere mirò il divin bellico!
Ma non si creda già
C'he a quella vaga e seducente vista
Pensieri di conquista
L'oste pudico entro di sè volgesse;
Anzi un'idea soavemente casta
D'imitar quel bellico con la pasta
Gli balenò nel capo;
Ond'egli qual modesto cappuccino,
Fatto alla Diva un riverente inchino
In cucina discese;
E da una sfoglia fresca
Che la vecchia fantesca
Stava stendendo sovra d'un tagliere,
Un piccolo e ritondo pezzo tolse,
Che poi sul dito avvolse
In mille e mille forme
Tentando d'imitare
Quel bellico divino e singolare.
E l'oste ch'era guercio e bolognese,
Imitando di Venere il bellico
L'arte di fare il tortellino apprese!
5) L’humus di cui potrebbe essersi nutrito Cheruboni è riferibile alla gran parte degli autori citati in “Pasticcio alla Bolognese” a cura di Gino Calari, probabile di-scendente del sopranominato Oreste. Oltre al già citato G.C.Croce, se non altro per la coicidenza del particolare biografico relativo al comune mestiere di fabbro, possiamo rinvenire assonanze più o meno lontane o marcate con i seguenti autori : Claudio Achillini (1578-1640), Girolamo Preti (1582-1626); Antonio Frizzi ( nato nel 1772), Lorenzo Stecchetti (Olindo Guerrini); Carlo Sgarzi; infine, dicendolo sottovoce, Giosuè Carducci... e molti altri.
6) Nel 1912 l’Ing. Ceri fece stampare, come supplemento al n. 6 della “Striglia”, una cartolina con il seguente sonetto:
All’inclito poeta Antonio Vandini Cheruboni, mani-scalco a Decima di Persiceto.
O di cavalli illustre ferratore,
Oggi rivolgo a te lo mio pensiero:
Sappi che ammiro l’alto tuo valore
Nell’esultare il bello, il buono, e il vero.
Chi pari a te si può vantar cantore
Dell’Italica gloria in stil severo;
Entusiasmo destando in ogni core
Ch’ami la patria con amor sincero?
Prosegui pur nell’opera preziosa
Che un dì sarà dai posteri ammirata:
Canta l’Italia in Libia vittoriosa.
E canta pur le gesta dell’Armata
Non che il valor di gioventù gloriosa
E Italia tutta ti sarà ben grata.
7) Ivo Quaquarelli nacque a Persiceto nel 1897 e morì a Persiceto nel 1989. Vedi l’articolo della figlia Pia Grazia: “Ivo Quaquarelli: la vita e l’arte”, in questo numero di Marefosca.
8) Alfonso Burzi di Bologna, si iscrisse alla Facoltà di Medicina Veterinaria conseguendo la laurea il 16 novembre 1900 con la tesi: Adenite equina; prestò servizio, in qualità di veterinario, a S. Matteo della Decima nei primi decenni del XX secolo.
9) A margine del foglio dove è scritta la poesia, Cheruboni ha riportato queste due note:
1) Elogio funebre su la salma del defunto (Giuseppe Ceri ndr) deceduto il 20 ottobre 1923
2) La Striglia: giornale, periodico di Bologna, scritto da lui.
10) L’Ordine della Corona d’Italia era destinato a premiare cittadini italiani e stranieri che si fossero resi benemeriti verso la Nazione, la Corona o il Sovrano, i quali potevano essere ammessi in ogni classe, senza dove ricevere preventivamente la croce di cavaliere.
Inoltre l’appartenenza all’Ordine era propedeutica al conferimento dell’Ordine mauriziano, giacché per ricevere quest’ultimo era necessario essere stati insigniti almeno dello stesso grado dell’Ordine della Corona d’Italia.
Con l’avvento della Repubblica, i cittadini italiani che avevano ricevuto l’onorificenza prima del 2 giugno 1946 poterono continuare a fregiarsene, con la particolarità che nei nastrini per militari le coroncine dovevano essere sostituite da altrettante stellette a cinque punte.
Quest’importante ordine, fondato dal primo Re d’Italia, cessò alla morte dell’ultimo Sovrano nel 1983.
11) Con la lettera del 5 febbraio 1886, la “Deputazione Provinciale di Ferrara” comunicò al Sindaco di S. Giovanni in Persiceto che da tempo aveva trasmesso al “Ministero dei Lavori Pubblici” il progetto per la costruzione della linea ferroviaria “Ferrara-Modena”; tale progetto, era ribadito nella lettera, aveva finalmente ottenuto l’approvazione tecnica del “Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici”.
Dopo 23 anni, precisamente il 27 luglio 1909, fu inaugurato il primo tratto del progetto a suo tempo presentato, cioè il tronco Ferrara-Cento, mentre il “prolungamento” della linea ferroviaria fino a S. Giovanni in Persiceto, dato in concessione nel 1907 alla società Veneta, terminò nel 1911. Il 10 maggio dello stesso anno avvenne l’inaugurazione, alla presenza di giornalisti de Il Resto del Carlino, dell’Avvenire d’Italia, della Gazzetta di Ferrara, di tantissime autorità e del “popolo festante”. “Giunto il treno a Decima, la banda comunale (la banda era quella di Decima, diretta da Primo Vecchi n.d.r) ha intonato la marcia reale ed i bambini delle scuole hanno reso giuliva accoglienza al convoglio; numeroso stuolo di persone festanti applaudivano”.
12) Riportiamo il testo della lettera:
Egregi consoci
La presente adunata del Consiglio d’Amministrazione – Società Operaia di Decima – è per inaugurare la nuova residenza di questo sodalizio.
Colla massima soddisfazione nostra perché, stante la scarsità di abitazioni, specie nel centro del paese, difficile anzi impossibile trovarne una adatta alla serietà dell’Ente; ma la Divina Provvidenza ha suggerito al MM. RR. Arciprete di costà Sig. Don Francesco Mezzacasa, di mettere a disposizione nostra un ma-gnifico salone, privandosi dello scopo diretto cui l’avrebbe adibito; perciò siamo tenuti, tutti noi della Società, a ringraziarlo ed a benedirlo.
Certamente, conoscendo da parecchi anni, il sullodato Reverendo, questo Sodalizio, sempre e ognora scevro da partiti di sorta, e non curante se non chè del reciproco e vicendevole aiuto; ha creduto bene, per l’interesse di detta Società, di cooperare con questa filantropica e buona azione; e noi tutti di nuovo La ringraziamo augurandoLe longevità e salute.
(Seguono le due quartine riportate nell’articolo ndr)
Il Presidente Antonio Vandini
13) La “Società di Mutuo Soccorso fra gli operai e giornalieri di San Matteo della Decima” fu costituita nel 1883 ma solo nel 1886 uscì la legge n. 3818 che definiva i principi guida ai quali dovevano ispirarsi le Società di Mutuo Soccorso e specificava, inoltre, la struttura organizzativa, i termini e i modi per il riconoscimento giuridico. La Società doveva, principalmente assicurare ai soci un sussidio in caso di malattia, di impotenza al lavoro o di vecchiaia e venire in aiuto alle famiglie dei soci defunti.
La Società di Decima fu legalmente riconosciuta dal Regio Tribunale di Bologna con il decreto datato 24 aprile 1901. Il primo presidente fu Abramo Neppi, al quale seguì Cesare Schiavina e, nel 1905, subentrò Antonio Vandini che mantenne la carica fino al 1930: anno in cui venne sostituito dal dott. Alfonso Burzi.

Ringraziamenti
Siamo grati ad Antonio Ghibellini per aver donato a “Marefosca” le composizioni autografe di “Cheruboni” che suo padre aveva conservato gelosamente; è grazie a questo materiale se è stato possibile scrivere il presente articolo.
Ringraziamo inoltre: Sergio Salmi, nipote di Antonio Vandini, Loris Fava, Pia Grazia Quaquarelli, Maria Mandrioli Spadoni e Libero Poluzzi per la preziosa collaborazione.
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