www.marefosca.it | Castello della Giovannina
. : ARCHIVIO COPERTINE . : . ARCHIVIO NUMERI . : . MAREFOSCA EDIZIONI . : . DOVE SIAMO . : . CONTATTI : .

INAUGURAZIONE DEL RESTAURO:
CASTELLO DELLA GIOVANNINA

a cura di Antonio Vandini detto Cheruboni



Nel 1902, all’età di 48 anni, Antonio Vandini detto Cheruboni scrisse questo poemetto per “L’Egregio Signore Oreste Calari, in segno di devozione e di affetto”, proprietario del Castello della Giovannina “ubicato in quel di Persiceto”. Di seguito lo pubblichiamo integralmente in quanto l’autore descrive, con dovizia di particolari, le trasformazioni avvenute a seguito del restauro e cita, inoltre, anche gli autori dell’intervento. Il documento, pur risentendo del tempo in cui è stato scritto, è (ed è stato) una fonte importante per tutti coloro che desiderano conoscere la storia del Castello.

Castello della Giovannina

1
Vicino a Cento, in quel di Persiceto,
Dal cinquecento in poi sorge un Castello;
Bentivoglio il fondò con il decreto
Che tre confini avesse un tal ostello;
La ragione di ciò lascio alla storia,
Ché confonder non vo’ la mia memoria.

2
So che tutt’ora ha i tre confini appresso:
Al mezzogiorno è tutto Bolognese,
Levante ed il settentrion connesso
Trovansi anch’oggidì nel Ferrarese,
A un miglio o poco più, in vêr ponente,
Il Modenese suol calca la gente.

3
Così disposto e di dovizie altero
Signoreggiar potè d’in su le soglie
Il fondator di quel feudal maniero
Ed appagar in un sue strane voglie
Ne’ tristi tempi che la nostra Italia
Con gran vergogna era nutrita a balia.

4
Sì varie son le tradizioni e il certo
Or di chiarir preciso non m’è dato,
Come di Giovannina il nome asserto
Venisse all’edifizio appropriato;
Da Giovanni secondo(1) par derive
In un col suo terren ch’il circoscrive.

5
Ben conservar tal nome gli Aldrovandi
(Che pure di Bologna nobil furo);
E dopo lor Caprara ebbe i comandi
Di nobil stirpe anch’ei, di sangue puro;
E al fin del settecento un Cavriani
Della Teutonica il fior dei Ciambellani.

6
A mezzo il Secol scorso, a meraviglia
Plattis ottenne e tutto gli fu dato
Sposandosi all’Annina una figlia
Del nobil Cavrian sunnominato;
E diegli facoltà ampla e assoluta
Di vender, permutar fin la tenuta.

7
Questi, che pur Marchese anch’esso nato,
Per le bell’arti tutto avea diletto,
Spiegò ben tosto il Genio in lui innato
Mutando il bel Castello in un boschetto;
Tal che pareti esterne e mura intorno
Di caprifoglio ornò tutto d’attorno.

8
Poi rami e roccie e gessi appiccicati
E tronchi d’arbor nell’intera loggia,
A mo’ di labirinto destinati,
Di grotta naturale avea la foggia:
E vasca in mezzo ad una fonte viva
Con un zampil che in alto ne saliva

9
Fra il misto di verdura e di seccume
Aiuole e cerchi con minuta ghiaja;
Facean gazzarre e giri a centinaia:
E i rosignol del parco, al padron fidi,
Con sicurezza lor tenean bei nidi.

10
Ahi! Che all’imperscrutabile decreto
Resistere non può quanto è creato!
Persino il globo (a ragionar concreto)
Soccombere dovrà al duro fato:
Così il Castel per vetustà maturo
Minacciava crollar certo sicuro.

11
Ma alfin dell’ottocento un Gran Signore
Che tutti rammentiam, Sandro Calari,
Ne subentrò con tanto Genio e amore,
Che l’opre sue mostrar suoi pregi rari;
Voglia imitar chi spetta un tal Campione
Ond’evitar così l’emigrazione.

12
Fece pulir, scrostar, ma ahimè, che scempio!
Altro restovvi che uno scheletro informe;
Di un monte di macerie era l’esempio
E non al colossal maniero conforme:
Egli ordinò rifar le fondamenta
Con material, cemento a presa lenta;

13
Poi tutto rinnovò e porte e tende,
Gli usci, le ferriate e gli anteporte,
Levando a certi intonachi le bende
Che apparir facean la parte forte:
E su tagliando, all’erbe e foglie e stame
Sostituir gli fe’ doccie di rame.

14
Quando, ripeto, anch’Ei per dura legge
Soccombere dovè (chè pur creato);
Lasciava però un Figlio, il quale regge,
Al par d’un ingegner ben laureato,
Tanta ricchezza e con perizia rara
Che a perdita fatal bene ripara.

15
Nomasi Oreste; il quale avanti tutto
Rimodernar si diè la scuderia;
E i box e poste e camerin, poi tutto
Con precision dispose e in armonia,
Chè stimolato fu dal Genitore
di proseguir con arte e con amore.

16
Poi del Castel rifè ciascuna torre
Alzandola ben più che di tre metri,
E mura e merli in cima vi fe’ porre
A somiglianza de’Castelli tetri,
Dove l’amore e l’arme fêr baldoria
Ai tempi del principio di tal storia.
17
Ed altra bassa torre, posta in via,
Con tetto edificò, più un belvedere:
E un tortuoso, muro, a fantasia,
Il parco verso il nord chiude a dovere;
Dall’arco colossale solo Calari
Accede a la tenuta od i suoi cari.

18
Fe’ costruire ancora in fossa morta
(Seguendo il muraglione ad occidente)
Un bel caffè che d’Haus il nome porta,
Confina col gran parco che è a ponente;
Grazioso egli è, se pur d’aspetto serio,
Buon temprator del caldo e refrigerio.

19
L’ingresso principal angusto Ei vide
E aggiunger gliene fa due laterali
Che acceder sol si può se non a piedi:
Slargar fa ancora il ponte insiem con l’ali,
E per armonizzar, come ha di patto,
Al sommo dei pilastri dà lo sfratto.

20
Poi non mancò, sebben difficil l’opra,
Di conservar gli affreschi del Guercino,
Di cui ornate son le stanze sopra
Del bel Castel. Lasciò il Pittor Divino
Tali opre a onor de la nativa Cento
Non che modello all’arte ed incremento.

21
Fe’ ritoccar ben tosto i bei dipinti
(Che pur pe’ gli anni il mur crepe segnava);
E con pittor di vaglia e di distinti
Decorator, tai guasti riparava:
Tal che ripreso or han le prische forme
Tanto le tinte sono e stil conforme.

22
Poiché un provetto artista che è il Balboni
Prima levava a mo’ le negative
Con special bagno e sue preparazioni
Offuscava dippoi le tinte vive,
Così il dipinto aggiunto, benché nuovo,
Dissimil dall’original non trovo.

23
La loggia al primo piano(2) è divenuta
Un tempio d’arte per lo suo dipinto,
Ché di stemmi, medaglioni e la minuta
Decorazion, fa ognun restar convinto
Del genio singolare e del valore
Del Professor Fortini suo autore.

24
Havvi un salotto, a manca dell’ingresso,
Per ricevere adatto e assai perfetto;
Di bei scherzanti putti l’Autor stesso
La volta decorò. V’è il caminetto
Di marmo fino e che si ben consona
Di Siena il gial col rosso di Verona.

25
Il gabinetto attiguo è pur grazioso
(Ed è per la Signora riservato):
Magnifico il dipinto e sì sfarzoso
E di genial pavoni esso è adornato;
Di luce ed aria assai dentro ne scorre
Essendo da sud-est e ne la torre.

26
Qui la Gentil Signora, con piacere,
Spesso darà a talun private udienze;
Col Suo bennato cor, oltr’al dovere,
Allevierà ad altrui le sofferenze,
Avendo all’indigenza ed al dolore
Speciale carità fra le Signore.

27
Si entra dalla loggia in altra sala
Sfoggiante anch’essa in arte e senza abusi,
Lasciando un corridoio e l’ampia scala;
Questo è pel lavor disposta e ad altri usi,
Come a pranzar ne la cruda stagione
Allorché a mensa sian poche persone.

28
Più oltre ancora, a la sinistra pure,
Un altro sito pinto in verde-chiaro;
Simboliche vi son snelle figure
In atto di predir l’avvenir caro
Alla leggiadra e gaia cameriera
Dannata allo stirar da mane e sera(3).

29
Dall’altra parte e in fronte una cucina,
Che non vi sia l’egual ne son sicuro,
Con tavole di marmo e predellino
Smaltata fine, e par d’avorio puro,
Ed un secchiaio con sua vasca salda
E rubinetti pronti ad acqua calda.

30
A destra e in mezzo al gran salon da pranzo:
Qui non so dir lo sfoggio di pittura,
Mai niun cantar potrà su ciò d’avanzo
Tant’è il lavor perfetto addirittura:
Il professor Zanasi ne è l’autore,
Anch’Ei nell’arte sua carco d’onore.

31
Dirò che bei puttini in lor tenzone
Gareggian nel fornir scelte cibarie:
Chi in pesca abbonda, chi con cacciagione,
Chi in mortadelle, chi con frutte varie,
Chi in vin da pasto, chi con lo sciampagna
Chi fa presenti scelti in pompa magna.

32
Ben decorato ancor èvvi lo studio
(Pregevole lavoro in scura tinta),
Stupendi bronzi pinti, in pieno studio,
Mostran che ad esser uom non val la spinta,
Ma forte volontade e vocazione
Per conseguire il giusto guiderdone.

33
Si sale con piacer la scala snella,
Che mette nella loggia superiore;
Spiccati affreschi soavi, in forma bella
Del professor Trebbi abil pittore,
Raffiguranti i fasti e la vittoria
Di Bentivoglio e tutta la sua storia.
34
Zanasi ha poi tal loggia tempestata
Di mille e mille fregi e specchi rari:
Quello che fa un signor ne la giornata
Quivi Scorzoni ha pinto, e i gusti vari,
Onde fare capir che in questa terra
Tutti dobbiamo all’ozio eterna guerra.
35
D’encomio non va scevro l’Alberghini
(Ei pur d’ornato eccelso e buon pittore),
Che a camere, a sale ed andavini
Si ben appropriò con vero ardore
Scelti disegni e lor tinte concrete
Sia nel soffitto e sia nella parete.

36
Di sana pianta e in torre l’Autor stesso
(Sempre s’intende al piano superiore)
‘N ambiente disegnò e alcova appresso
Di stile a cassettoni e di valore;
Da mezzogiorno ha luce e da ponente,
E per dormirvi serve a estrania gente.

37
D’ignoto autor, con sue tinozze pronte,
Con volta arabescata e sculta in oro,
Il camerin da bagno ha torre in fronte
Finissimo e genial pretto lavoro;
Terse cornici in marmo han le specchiere
Vero Eden di delizie e di piacere.

38
Narrar qual sia il mobilio non bisogna
Né del suo lusso ne di sua fattura;
Da Crevalcor ne viene e da Bologna
D’accredidati artier per la bravura;
E da Firenze vien quel del salotto
Fatto a disegno di Fortini il dotto.

39
Tralascio d’accennar sol per prudenza
Al fin di non tradire il mio Signore:
Altro mobilio viene da Faenza,
Artistico lavor di scelto Autore,
Ed in istile antico e relativo
Al gran Castel di forme primitivo.

40
E le serrande tutte e i pavimenti
Diggià rifatti avea su bel disegno,
Condotti a fin con saggi intendimenti
D’artefici sicur, svegli d’ingegno;
Or d’abitarlo tornerebbe a onore
Di Russia fosse ancor l’Imperatore.

41
Ridotta ha pur la corte (e non è strano)
In un giardin grazioso e ognor fiorito;
Stupende aiuole e ceste esperta mano
Con vari fiori fornì l’ameno sito.
I ben disposti viali ha poi ghiaiati
E da fanal, di notte, illuminati.

42
Di fianco al bel palazzo (sempre in corte)
L’inesauribil pozza ha sede antica;
Sebben sia l’arco insiem col resto forte,
Pure abbattuto viene e con fatica,
Ricostruendo a nuovo e su disegno
Che fa, chi il disegnò, di lode degno.

43
Sonvi su terra tre gradini in tondo
Portanti al davanzal dell’apertura;
Un tubo mastro è ben fissato in fondo
Che serve a tramandar fresc’acqua e pura
Sia pel Castel che per le scuderie
Con abbondanza tal d’allagar vie.

44
S’ergon sul davanzal due colonnine
Con capitelli al sommo ben marcati,
Su d’essi un arco v’è costrutto e fine
In ordin relativo ai menzionati.
Venne eseguito il tutto con tal cura
Che rimarrà a model d’architettura.

45
Campeggia in alto ed a metà sospeso
Un girellon di grandi dimensione;
Per la scorrevolezza allevia il peso
Di due robuste secchie, in proporzione;
Simil d’umana lotta a le vicende
Se sale in alto l’un l’altro discende.

46
Il bel restauro del Castello avito
Che fulge e che s’estolle è disegnato
Da Ceri l’ingegner, ed eseguito
Da Billi capo-mastro patentato;
Questi ha il cappello bigio ed a largh’ale,
Quegli la tuba ormai tradizionale.

47
Merita l’ingegner speciale elogio
Ch’oltre al restauro ha tolto ed accresciuto
Veroni e scale e torri e l’orologio,
E serra e marciapiedi, ed abbattuto
L’intonaco del mur, tolta la gronda
A case e magazzin che ne circonda.

48
V’è l’orologio apposta ed in sua torre
Con mostra in vista e disegnata in grande
Che ben distinguer può chi passa e corre
Venga esso da città, o d’altre bande;
Le sue campane forti, in tutte parti
De’ campi l’ore mandano ed i quarti.

49
Poi tante cose ommetto e lavor tanti
Di cui Calari sol può dar contezza.
Le specie d’arbor non so dirvi e quanti
N’abbia l’annoso parco e di bellezza;
D’olmina è il vial che guida a fin del bosco
Dove il nostro Signor faravvi un chiosco.

50
Voglia, Gentil Signor, questo accettare
Mio debole lavor. Compreso ognora
Da grande ammirazion, volli tentare
Cantar Sue doti e Sue dovizie ancora:
E se questo riuscì miser tributo,
Creda! ... che far di più non ha potuto.”
   

Decima, li 6 settembre 1902


Castello della Giovannina

Note
1) Giovanni II Bentivoglio.
2) Essendovi dei grandi sotteranei e dovendosi salire alcuni gradini per entrare nel palazzo, così credo ben detto, e non pian terreno.
3) Intendo celiare, trattando la Pia Signora viceversa la cameriera.

L’opuscolo, di 18 pagine più la copertina, è stato stampato dallo “Stabilimento Tipografico Zamorani e Albertazzi”, Piazza Calderini, 6, Palazzo Loup, Bologna - 1902. Le foto che illustrano l’articolo sono state scattate nel novembre 2006.


© 2005 - Tutti i Diritti Riservati a www.marefosca.it - Design Sara Govoni