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LONTANI RICORDI DI DECIMA
a cura di Giliola Tassinari

Questa foto ritrae me e la mia sorellina Anna lungo il viale della stazione, nel 1945

A scuola
La mia maestra era molto severa, aveva una corporatura minuta ed un aspetto dignitoso; tutte le mattine

veniva con il treno della Veneta, da Bologna, per insegnare nelle scuole elementari di Decima. Era il lontano 1941, il secondo anno di guerra e il XIX dell'era fascista e Lei la "Mariannina" puntuale, come un orologio svizzero, svolgeva il suo compito di buona insegnante e ottima educatrice. Peccato che abbia capito soltanto molto tempo dopo l'importanza che ella ha avuto nella mia formazione.
Ripensando a quei tempi i ricordi si affastellano nella mia mente in modo chiaro. Mi rivedo il sabato mattina, assieme alle mie compagne, con la divisa da Piccola Italiana ed i miei coetanei con quella da Balilla; prima di entrare in classe, in cortile e in riga, assistevamo all'alza bandiera ed ascoltavamo l'inno "Vincere". Mio nonno "Al Murét", vecchio socialista, quando capitava a casa mia vedendomi vestita in quel modo si arrabbiava e discuteva animatamente con mio padre e mia madre che inevitabilmente concludevano lo "scontro" con la frase: "Cosa dobbiamo fare? Crescerla come un'analfabeta?" Il nonno smise di venire da noi il sabato.
La scuola, allora, era molto bella e circondata di alberi; per un certo periodo ospitò anche un gran numero di sfollati e se ci ripenso mi sembra ancora di sentirmi addosso l'odore acre e nauseabondo della naftalina e del petrolio: si perché per combattere le "ovine" e gli insetti che inevitabilmente tutti noi "ospitavano" in testa, nostro malgrado, quello era l'unico rimedio!
Alla scuola seguiva il dopo-scuola dalle suore, tenuto da suor Maria Cristina e suor Maria Ilde.
Suor Maria Ilde era di salute cagionevole ed aveva sempre sulle spalle una sciarpa di lana bianca. La sua malattia però non le impediva di correre e giocare con tutte noi e quando il vocio e lo schiamazzo, provocato dai nostri giochi, si faceva più intenso, una sua consorella, con voce possente, urlava; "Suor Ilde, non deve sudare!"; ma lei divertita continuava a giocare con noi. Poi, come sempre accade, fu trasferita in un'altra sede e non l'ho più rivista.

L'officina di mio padre "Rastêl"
Mio padre aveva l'officina vicino al tabaccaio "Milcarèt" in piazza, si diceva, anche se in realtà era leggermente scostata rispetto al centro del paese; accomodava biciclette, vulcanizzava le gomme e faceva ogni tipo di lavoro attinente alla meccanica. L'officina si può dire che fosse un po' il salotto per gli uomini della piazza; un punto di riferimento e di ritrovo. Ricordo benissimo ancora quei volti, caratteristici e paesani. I nomi e i soprannomi sono ancora vividi nella mia mente anche se qualcuno, purtroppo, l'ho dimenticato. A volte mi capitava di sentire confabulare per concordare un appuntamento serale veramente speciale: ascoltare "Radio Londra". Mio padre era uno dei pochi, a Decima, che possedeva una radio e al momento del "raduno" scattava, per me e per mia madre, l'ora del letto. Erano cose da uomini, quelle!
Mentre invece erano un problema di tutti le incursioni dell'aereo ricognitore battezzato "Pippo". Al momento del suo arrivo correvamo a più non posso, attraverso una passerella sul canale, nei campi dl'Urtlàn; io per mano a mia madre e mio padre con in braccio mia sorellina, accompagnati dalla paura dei bengala e dal timore che capitasse il peggio. Poi a situazione normalizzata si ritornava a casa con la speranza nel cuore.

In occasione della Cresima i miei genitori mi portarono in uno studio fotografico dal Sig. Ardizzoni che mi scattò questa fotografia. Era il 21 settembre del 1941, Festa di S. Matteo

A volte mio padre si assentava qualche giorno da casa per portare il camion di "Ciula" sull'appennino modenese, carico di patate. Sotto ai sacchi nascondeva le armi per i partigiani. Al ritorno lo caricava di carbone. Mia madre in occasione di quei viaggi, "stava in apprensione" e spesso, durante la giornata, si recava sulla strada per vedere se spuntava, all'orizzonte, la sagoma ed il pennacchio di fumo che faceva l'automezzo.
Spesso andavo, con le mie amiche, a giocare nei pressi della stazione ma un brutto giorno bombardarono i vagoni fermi in stazione; mia madre mi apostrofò dicendo: "Guai a te se vai ancora a giocare da quelle parti!". E così ebbi un posto in meno per giocare.

L'estate in via dei Morti
Io sono stata fortunata perché avevo due gruppi di amiche: quelle della piazza e quelle che abitavano nei pressi della casa di mio nonno, in via dei Morti. Era bellissimo quando il nonno, assieme ai miei cugini, mi portava nella melonaia. Era un'occasione unica per fare vere e proprie scorpacciate di cocomeri, all'interno del casotto. La terra era arida e costellata di enormi crepe dovute all'arsura e al gran caldo. Il sole cocente non dava tregua, ma noi tutti eravamo felici specialmente quando all'imbrunire si ritornava a casa sul carretto tirato dall'adorato somaro.
Purtroppo il 25 aprile 1945 una cannonata colpì in pieno la stalla, mentre mio nonno diceva: "Aspettate che vado a chiudere la porta, altrimenti questi matti mi spaventano il somaro e fugge". Furono le ultime sue parole e quel giorno fra le vittime (una quindicina) ci fu anche mio nonno e il suo.. . utile e adorato somaro. La guerra era ormai finita ma il destino volle essere inclemente, quel giorno, con noi decimini. I funerali delle vittime furono officiati da "don Chichén" e per qualche tempo passò la voglia di sorridere con gli amici.

Il ritorno alla normalità
Finalmente i tedeschi batterono in ritirata ed arrivarono gli americani che si accamparono nei campi attorno alla casa dei "Pavlòn". Erano attrezzatissimi e avevano di tutto: camion, jeep, cucine da campo e... le cioccolate per noi ragazzi. Il grammofono suonava a tutto spiano le musiche di Glenn Miller e fu così che mi appassionai, piano piano, alla musica Jazz.
Terminato il lavoro le ragazze, per togliersi di dosso l'odore inconfondibile della canapa, si lavavano col sapone da bucato fatto in casa e, chi la possedeva, faceva anche uso della crema Nivea; dopo la frugale cena, si ritrovavano nelle aie dei contadini dove giovanotti impomatati e qualche soldato in cerca di compagnia, le invitavano a ballare...
Noi intanto osservavamo il tutto da un angolo della "casona" o sbirciando dal casotto del pollaio prima di andava a letto, stanche per la giornata piena trascorsa e magari grattandoci come ossesse per i "pulén" che le galline inevitabilmente ci avevano trasmesso.
Anche quei giorni finirono; gli americani se ne andarono, portando con sé quasi tutto, escluso la miseria. Intanto i ragazzi cominciarono a raccogliere le schegge delle bombe per poi venderle a peso; capitò che qualcuno, incurante del pericolo che poteva produrre quel lavoro, ci rimettesse un dito, una mano....
La vita allora era così, fatta di espedienti ma con il desiderio nel cuore che un giorno sarebbe cambiata. Bisognava riprendersi dalle tante fatiche e dall'angoscia della guerra; era necessario rimboccarsi le maniche, alzare la testa e affrontare il futuro con serenità e determinazione. E così fu.


Verso Bologna

Sempre più spesso i miei genitori parlavano di lasciare la casa di Decima e trasferirsi a Bologna per motivi di
lavoro.

I miei genitore nel 1955

Io mi sentivo malissimo e non capivo le loro ragioni. Dover lasciare le mie amiche, rinunciare ai giretti, in primavera, alla "Casa Grande" per raccogliere mazzetti di viole profumate; non poter più assistere alle feste decimine della prima Comunione e della Cresima. Dover rinunciare alle ciambelle odorose e fragranti della nonna...
Con tanta tristezza un brutto mattino "traslocammo" ed anch'io andai, ovviamente, a malincuore. I primi tempi furono molto duri e non vedevo l'ora di ritornare al "mio" paese per ritrovarmi e ritrovare persone e luoghi familiari.
Poi il tempo, come si dice, cura tutti i mali e fa dimenticare, pian piano, anche le sofferenze. Mi adattai al nuovo ambiente, allacciai nuove amicizie nell'ambito della nuova scuola e feci, col passar del tempo, le scelte importanti della mia vita.
Ancor oggi, dopo tanti anni, quando vengo a Decima a trovare i miei zii, mi sembra di essermi allontanata ieri. Le mie radici sono lì anche se a volte, facendo un giretto per i luoghi che mi hanno vista bambina, non ritrovo più nulla di ciò che c'era un tempo.
Grazie Decima, anzi "San Matteo della Decima" per avermi dato tanti ricordi che conservo gelosamente nel mio cuore!



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