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IL GIORNO SETTE
a cura di Libero Poluzzi

Nel persicetano ed in particolare nell'area decimina i tristi avvenimenti accaduti nel gennaio del 1869 come conseguenza dei moti di opposizione all'applicazione della tassa sul macinato, ebbero così tanto clamore che i loro effetti si propagarono con forza attraverso il tempo, e a distanza di vari decenni il loro ricordo era ancora vivo nella memoria delle genti locali. Questo evento ebbe un effetto così clamoroso da adombrare un avvenimento sconvolgente verificatosi due decenni precedenti; ci riferiamo ai "moti del '48" i quali assunsero, in molte parti d'Italia, un significato "rivendicativo".
Il Comune di San Giovanni in Persiceto fu l'epicentro della sommossa di ribellione all'applicazione dell'odiosa tassa sul macinato, la quale entrò in vigore a partire dal primo gennaio 1869.
Il nuovo stato unitario di casa Savoia che da poco tempo aveva acquisito l'autorità regia sulle province che da oltre tre secoli costituivano le legazioni Pontificie, si trovò a dover affrontare una grave situazione finanziaria causata dallo sforzo militare sostenuto e dall'esigenza di portare a compimento l'unificazione legislativa e amministrativa, compreso il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. Attraverso lunghi ed approfonditi dibattimenti in sede parlamentare fu deciso di sopperire al grave deficit del bilancio mediante l'introduzione di nuove imposte.
Fin dal 1864, la tassa sul macinato era oggetto di accese e contrastante dibattito fra uomini politici ed economisti, fra i quali il celebre Adam Smith; contrario ad esso si era dichiarato lo stesso ministro delle finanze Marco Minghetti ed il suo successore Quintino Sella, ma poi l'esigenza di risanare il bilancio prevalse, ed anche questi grandi oppositori cambiarono opinione.
Radicale fu l'opposizione del Pepoli, il quale essendo stato nel 1860 regio commissario dell'Umbria, scriveva: "... io che dichiarai a quelle popolazioni che il macinato era una macchia indelebile per il governo papale, e che invocai quella legge per condannare e per rovesciare l'autorità civile del Pontefice, non potrei approvarla oggi con il mio silenzio, soltanto perché essa è oggi proposta dal Regno Italiano".
La tassa tuttavia non era nuova per le nostre popolazioni, infatti per secoli era stato uno degli strumenti della finanza pontificia, ma nel bolognese essa fu applicata con cautela e senza continuità e fu poi del tutto soppressa agli inizi del '500. La sua nuova introduzione nel 1809 ad opera del Regno d'Italia napoleonico, causò una violenta insurrezione antifrancese nelle campagne del dipartimento; la conseguente repressione esercitata dallo stato provocò il sorgere di varie bande armate dedite al brigantinaggio.
60 anni dopo quella data, cioè nel 1869, il Prefetto di Bologna rammentando al governo gli effetti che l'introduzione di quella tassa ebbe sulle popolazioni locali ai tempi napoleonici, così scriveva: "... il brigantinaggio cagionato dai tentativi per l'applicazione di questa imposta nei primi di questo secolo, era diventato una tradizione quasi gloriosa nella campagna della provincia, e i nomi dei principali briganti di quel tempo erano ricordati con venerazione dai padri ai figli come quelli di tanti eroi". Con la restaurazione la tassa era stata ripristinata nei domini pontifici, ma le legazioni ne erano rimaste escluse. In verità, nel nostro territorio, fino all'unità d'Italia, si era pagato un dazio di consumo sulle farine, il che era in sostanza una tassa, ma evitava l'atto odioso del pagamento al momento della macinazione. Il governo sabaudo, allorquando pretese la riscossione della tassa, dovette sembrare ai contadini bolognesi più esoso ed oppressivo del goveno pontificio al quale pensavano con rimpianto, che la propaganda clericale non rinunciava di ravvivare. I dibattiti parlamentari si conclusero, di fatto, nel maggio del 1868 ed ebbero piena approvazione; la legge fu pubblicata il 7 luglio con decorrenza dal 1º gennaio 1869.
I moti contrari all'applicazione di questa imposta che nel persicetano ebbero il loro apice all'inizio del 1869, non furono un evento isolato. Non ci fu un attimo di pace nelle campagne. Tumulti contro l'applicazione dei dazi e balzelli già si erano verificati in molti comuni del bolognese; nel novembre del 1868, alla vigilia dell'applicazione dell'imposta sul macinato, vi erano state manifestazioni di piazza contro l'aumento di altre tasse sempre più onerose. In località S. Donino, a causa del dazio sulla macellazione dei maiali ad uso familiare molti allevatori organizzarono una pubblica protesta perché non erano in grado di pagare all'Amministrazione delle imposte l'onere di 16 lire per ogni capo macellato. Intervenne la truppa per reprimere i manifestanti, prevalentemente contadini, armati di falci e forche. Due contadini caddero uccisi ed una decina furono feriti dal fuoco dei militari. Vennero arrestati 16 innoqui contadini ed anche due cappellani perché ritenuti colpevoli di aver fatto suonare le campane a "stermita" per radunare la popolazione.
L'avvenimento di S. Donino fu un segnale di quanto fosse profondo il risentimento della popolazione contadina contro il nuovo governo, contro la monarchia e contro la stessa persona del Re, al quale venivano lanciati insulti di ogni genere. Intanto era accaduto un evento gravissimo che in altri tempi non si era mai verificato: a S. Donino i soldati avevano sparato sui contadini e sui preti.
In quest'ambiente tormentato e con la prospettiva di dover affrontare gli enunciati odiosi programmi fiscali, iniziava l'anno 1869, gravido di pericoli. Fra i contadini ribolliva il furore contro la tassa, contro i mugnai, contro gli Amministratori e gli impiegati comunali, i quali agli occhi del popolo rappresentavano l'iniquità della legge. Si deve aggiungere, per meglio comprendere l'avversione dei contadini verso i municipi, che il sistema elettorale del tempo era alquanto ristretto, cioè la grande maggioranza della popolazione non poteva partecipare all'elezione delle cariche comunali. Nel 1869 gli elettori furono il 14% della popolazione maschile di età superiore ai 21 anni (le donne non avevano diritto di voto). Il diritto al voto era subordinato alla posizione economica o culturale, cioè occorreva un certo reddito oppure il possesso di una elementare cultura.
La tassa sul macinato era in pratica un dazio erariale che doveva essere riscosso dal mugnaio al momento della macinazione. La tassa più pesante gravava sul grano, nella misura di 2 lire per quintale, mentre per il granoturco e la segala si doveva pagare una lira per quintale. L'avena era tassata per 1,2 lire al quintale e sui cereali inferiori, i legumi secchi e le castagne essicate si pagavano 0,5 lire al quintale(1).
I primi giorni del nuovo anno furono caratterizzati anche da un atteggiamento di difesa dei mugnai, malvisti dai contadini per la funzione esattoriale che essi compivano; d'altra parte permaneva l'esigenza dello Stato di pretendere dai mugnai l'osservanza piena della legge. I mugnai mal sopportavano la funzione di esattori forzati e gratuiti per conto dell'erario e, per superare questa infelice posizione, dopo aver chiesto inutilmente alle autorità la sospensione della riscossione della tassa, avevano deciso di chiudere temporaneamente l'attività dei mulini.
Gli storici che si sono occupati di queste vicende non danno un giudizio unanime sul reale motivo dell'atteggiamento dei mugnai: taluni ritengono che i mulini siano stati chiusi per le difficoltà a riscuotere la tassa; la legge infatti prevedeva che le macine fossero dotate di apposito "contatore" dei giri, che purtroppo le autorità non avevano ancora provveduto ad installare, per cui doveva far fede una apposita "bolletta" rilasciata dal mugnaio. L'altra ipotesi invece riteneva che i mugnai fossero giunti a questa decisione perché non sopportavano più l'idea di fare gli esattori, esponendosi così al pericolo del furore popolare.
Man mano che i giorni scorrevano, le agitazioni diventavano sempre più cruente e, con la chiusura dei mulini, il furore era esacerbato dalla fame.
Su consiglio del Prefetto la Giunta comunale di San Giovanni in Persiceto riunì i mugnai perché portassero a conoscenza dei cittadini che avrebbero avuto la facoltà di pagare in natura la tassa: in tal modo avrebbero risentito meno della sua onerosità. Il Prefetto probabilmente sottovalutando la gravità della situazione, il giorno 4 gennaio fece spostare da Persiceto, verso altra località, un battaglione di bersaglieri che stanziava in questo luogo da qualche tempo a causa della animosità della popolazione.
I giorni d'inizio dell'anno 1869 furono ricchi di moti di protesta in varie Province soggette al nuovo Regno, e particolarmente violenti furono in tanti Comuni della Provincia di Bologna, toccando senza dubbio il culmine nel territorio di San Giovanni in Persiceto il "giorno 7" gennaio.
Se non vi fu un'organizzata concertazione come si volle far credere, dovette comunque esservi un piano pur elementare di raccolta poiché, fin dall'alba, masse di contadini mossero da tutti i punti della campagna: dalle frazioni persicetane oltre che dai limitrofi Comuni di Sant'Agata, Crevalcore, Sala Bolognese confluirono verso la città di San Giovanni circa 4.000 rivoltosi.
La Giunta comunale invocò aiuti dalla Prefettura di Bologna, informandola che dal mattino le campane del contado suonavano a stormo. Verso mezzogiorno una folla enorme aveva invaso la città cercando di imporre al Comune la sospensione della tassa.
Pareva che i consigli alla prudenza ed alla moderazione potessero prevaler, quando ad un tratto qualche centinaia di persone proveniente per la maggior parte dal villaggio di San Mattreo della Decima, marciando quasi in colonna, invasero la casa comunale e quelle dei signori Alessandro ed Astorre Sassoli, Giovanardi, Marchesi, Testoni, oltre a vari uffici pubblici.
Gli insorti poi spogliarono e saccheggiarono molti edifici sia pubblici che privati, ed in molti casi asportarono beni mobili e vivande, principalmente il vino conservato nelle botti dei signori. Infine incendiarono sulla pubblica piazza mobili e documenti dei pubblici uffici. L'azione vandalica indubbiamente avrebbe proseguito con imprevedibili eccessi se nel pomeriggio non fosse giunta "la forza" pubblica che, sparando sui manifestanti, sgombrò la città. Rimasero sul suolo 10 morti e numerosi feriti. La città divenne silenziosa, fu un accorrere di medici e infermieri e sacerdoti per soccorrere i feriti ed assistere i moribondi. Il giorno dopo la città aveva un aspetto squallido ed irriconoscibile; gli edifici pubblici erano privi delle imposte, le strade e le piazze erano invase da cartacce bruciacchiate e tizzoni, cenere e carboni.
Gli arresti si svolsero nel corso delle settimane successive e furono numerosissimi. Molti vennero poi
rilasciati in corso di istruttoria.

Gli imputati furono 116, originari delle seguenti località:
S. Matteo della Decima n. 8
S. Giovanni in Persiceto (Città) " 28
Amola " 13
Sala Bolognese " 11
Le Budrie " 10
Padulle " 10
Zenerigolo " 7
Martignone " 6
Bonconvento " 5
Lorenzatico " 3
Manzolino " 3
Bagno " 3
Castagnolo " 3
Tivoli " 3
Poggio " 2
Crevalcore " 1

Fornire una elencazione completa degli arrestati è praticamente impossibile. Sappiamo dai documenti che nel corso dell'intervento militare repressivo contro gli insorti persicetani del giorno 7 gennaio 1869, furono arrestate 189 persone, mentre altre centinaia furono arrestate nei giorni successivi.
Da una lettera del direttore delle carceri di Bologna risulta che molti arrestati furono imprigionati senza essere accompagnati da alcuna nota nominativa. Si trattò di arresti di massa senza riconoscimento di identità degli arrestati e quindi fuori da ogni garanzia di legge; del resto lo Stato aveva affidato al generale Cadorna "carta bianca" per organizzare l'azione di repressione contro i moti del macinato.
Dalle ampie descrizioni riportate dalla stampa del tempo e dalle stesse relazioni presentate alle autorità da parte del Facente Funzione di Sindaco e dal delegato di P.S., non emerse però un'attiva partecipazione dei decimini agli atti di saccheggio, per cui una parte degli arrestati fu liberata in sede di istruttoria.

Essi furono:
Goretti Emilio di Angelo e Geltrude Serra, nato il 13/4/1849,residente in Via Calcina, n. 164 (pigionante dei Sassi); bracciante;
Saletti Cesare di Stanislao e Giuditta Scagliarini, nato il 26/5/1833 e residente in Via Virginia, n. 122;
Quaquarelli Luigi di Vincenzo e Margherita Sassi, nato il 28/1/1843 e residente in Postmano, Via Silvestrina, n. 457 (ora Via Sparadella);
Minezzi Pio di Antonio e Giuditta Bastia, nato il 14/1/1845 e residente, in casa propria, in Via S. Cristoforo, n. 336 (ora Via Casazza);
Oppi Giovanni fu Antonio e Maria Benazzi, nato il 21/6/1824 e residente in Via Marmo, n. 98;
Ottani Emilio fu Giuseppe e Giuseppina Cattani, nato il 23/5/1821 e residente in Postmano, Via Cavamento, n. 430 (Cà delle Saette);
Guidi Biagio fu Giovanni e Margherita Cavicchi, nato a Cento l'1/4/1842, residente alle Sette Famiglie, n. 398; colono.


Dei 116 accusati ed in attesa di giudizio, soltanto 80 furono inviati davanti alla Corte di Assise, poichèì 36 furono prosciolti dalla Corte d'Appello. Fra questi ultimi figura un solo decimino e cioè:

Calzati Pietro di Giuseppe e di Maria Cotti, nato a Lorenzatico il 18 marzo 1813, coniugato con Teresa Serafini di Amola e residente in casa di Giuseppe Serra in Via Cimitero, n. 205; bracciante.

Gli arrestati di Decima, inviati poi davanti alla Corte d'Assisi e processati ,fra il 15 giugno ed il 23 luglio 1869, furono:
Alboresi Raffaele di Federico, nato a Bagno di Piano l'11/6/1827, residente alla Marsiglia al numero civico 23; colono della Mensa Arcivescovile di Bologna;
Dondi Vito (detto Bisi) di Alessandro e di Teresa Girotti, nato il 26/5/1845 a San Matteo della Decima e qui dimorante in Via Calcina Nuova, n. 165 (scapolo);
Cortesi Gaetano fu Domenico e di Apollonia Mignardi, nato al Martignone il 29/11/1825, residente in Via Nuova, n. 229; bracciante;
Cotti Gaetano (detto Cutarén) fu Filippo e di Rosa Muzzi, nato a San Giovanni in Persiceto il 12/6/1829, abitante in Via Cimitero, n. 211; Calzolaio;
Lodi Zaccaria (detto Bell'uccello) fu Giuseppe, residente in Via Cimitero, n. 206; sartore;
Pederzani Felice fu Basilio e di Teresa Ottani, nato a San Matteo della Decima l'11/4/1844, residente in Via Cento, n. 118; agricoltore;
Sassi Ferdinando fu Giovanni e di Rosa Beccari, nato a San Matteo della Decima il 21/4/1843, residente in casa propria in Via Calcina, n. 165; bracciante.

Il processo si svolse sulla base di 14 capi di imputazione:
1ª imputazione: ribellione in banda armata (Il Facente Funzione di Sindaco Astorre Sassoli - il Sindaco notaio Cesare Mariani era assente dalla città - fu colpito con un bastone e un colpo di mannaia fu vibrato al delegato della Pubblica Sicurezza);
2ª imputazione: saccheggio e incendio del mobilio, arredi, libri, registri del Municipio, per un danno materiale di oltre 60,000 lire. Fra gli accusati non figura nessun decimino;
3ª imputazione: complicità nell'azione sopracitata. Erano coinvolti i decimini Gaetano Cortesi e Raffaele Alboresi;
4ª imputazione: saccheggio delle armi e munizioni della Guardia Nazionale (nessun decimino fra gli accusati);
5º imputazione: devastazione, saccheggio ed incendio della casa della sig.ra Giovanardi, vedova Sassoli con danni di oltre 115.000 lire (accusato, fra altri, era il decimino Zaccaria Lodi detto "Bell'uccello"; i testimoni dell'accusa erano: Anglo Poluzzi fu Domenico ed Enrico Martinelli, figlio del precettore della Scuola Elementare di Decima, sig. Antonio Martinelli);
6ª imputazione: saccheggio ed incendio della casa dei fratelli Alessandro e Astorre Sassoli, con danni per 25.000 lire. Nessun decimino era fra gli imputati;
7ª imputazione: devastazione e saccheggio della casa del farmacista Cesare Testoni, per un danno di 2.500 lire. Accusati erano i decimini Felice Pederzani e Ferdinando Sassi;
8ª imputazione: devastazione e saccheggio alla casa del delegato di Pubblica Sicurezza Gaetano Ferri, per un danno di 500 lire. Nessun decimino era fra gli imputati;
9ª imputazione: saccheggio e devastazione dell'Ufficio e della casa dell'esattore Antonio Marchesi, per un danno di 27.000 lire. Nessun decimino era fra gli imputati;
10ª imputazione: devastazione e saccheggio della casa del sig. Ermete Maccaferri, con un danno di 600 lire. Fra gli imputati non figura alcun decimino;
11ª imputazione: estorsione a danno di Giuseppe Lodini e sottrazione di "700 capsule e 25 Kg di pallina" (????). Fra i vari accusati non risulta alcun decimino;
12ª imputazione: ribellione ed attacco o resistenza alla "forza", truppa di linea e bersaglieri. Nessun decimino fra gli imputati;
13ª imputazione: sciente ricettazione ed intromissione per vendita di coltelli d'argento. Nessun decimino fra gli imputati;
14ª imputazione: acquisto doloso a Modena di cucchiai e forchette d'argento provenienti da casa Sassoli, del valore di 500 lire e acquistati per 40 lire. Erano accusate due persone non decimine.

La Corte d'Assise di Bologna condannò, il 23 luglio 1869, 80 dei 116 imputati. La condanna maggiore fu inflitta ad Antonio Simoni, fattore (agente di campagna) di Amola, il quale ebbe una condanna ad 8 anni di reclusione; altri quattro imputati furono condannati a sei anni, tre furono condannati a 5 anni, altri 10 a quattro anni, quattro a tre anni, infine i rimanenti 58 subirono condanne variabili fra i tre anni ed i tre mesi.
I sette decimini condannati ebbero le seguenti pene:
Vito Dondi di Alessandro, detto Bisi e Gaetano Cocchi di Filippo, detto Cutarén, furono condannati a quattro anni di carcere ed alla successiva sorveglianza speciale di tre anni.
Zaccaria Lodi di Giuseppe, detto Bell'uccello, subì una condanna di due anni di carcere,
Raffaele Alboresi di Federico, Gaetano Cortesi fu Domenico, Felice Pederzani fu Basilio e Ferdinando Sassi fu Giovanni, furono condannati ad un anno di carcere.
Tutti furono poi anche condannati, secondo i vari tipi di imputazione, al risarcimento dei danni causati alle parti danneggiate.

Fra i morti non vi furono decimini, ma alcuni di essi erano originari della nostra frazione:
1 - Martini Germano di 24 anni, calzolaio, Persiceto;
2 - Bongiovanni Vincenzo di 38 anni, contadino, di Amola;
3 - Cocchi Luigi di 66 anni, facchino, Persiceto:
4 - Michelini Pietro di 59 anni, calzolaio, Persiceto;
5 - Ballanti Emilio di 27 anni, fornaio, Persiceto;
6 - Bizzarri Luigi di 27 anni, bracciante, Amola;
7 - Forni Stanislao di 26 anni, contadino, Zenerigolo;
8 - Piccinini Rodolfo di 21 anni, chiudarolo, Persiceto;
9 - Serrazanetti Aurelio di 24 anni, colono, Castagnolo;
10 - Magni Lucia di 21 anni, casalinga, di Bazzano e dimorante a Persiceto.

Di questi, Stanislao Forni e Vincenzo Bongiovanni avevano dimorato a Decima, in qualità di mezzadri, rispettivamente nella tenuta dei sigg. Cavriani (poi Calari) e nella tenuta "Fontana" a quel tempo di proprietà dei sigg. De Ferrari,
Alcuni documenti tratti dalla raccolta dei carteggi a disposizione dell'apparato giudicante di questo processo, ci permettono di conoscere come il potere politico regio del tempo abbia influito sulla Corte, perché espriimesse una sentenza equa e non infliggesse pene troppo gravose. Si doveva evitare di creare nuovi martiri che potessero dare adito ad una ardita opposizione alla giovane istituzione sabauda, specie da parte delle aggregazioni clericali.
Il clero persicetano aveva da sempre avversato il nuovo ordine Sabaudo ed in conseguenza di tali posizioni, nel 1866 l'arciprete, il cappellano ed un canonico erano stati condannati al domicilio coatto. Mai si era riusciti, in quegli anni a celebrare funzioni religiose per le ricorrenze di feste patriottiche. Il clero persicetano esercitava nelle campagne un'incontrastata influenza, i cui effetti si sarebbero ulteriormente ampliati se il nuovo Stato avesse usato la mano troppo pesante nei confronti di chi si era ribellato (se pur violentemente) contro di esso per protestare contro l'odiosa imposta. Le pene, secondo il codice penale del tempo, prevedevano per il reato di rivolta armata da parte di moltitudine di persone, la condanna ai lavori forzati da 10 a 20 anni.
I disordini e la forte opposizione all'applicazione di questa odiosa imposta, non fecero modificare la decisione del Governo, il quale soltanto dal 1º gennaio del 1884 fece cessare la riscossione mediante l'emanazione di un decreto che aboliva la legge applicativa dell'1/1/1869.

Note
1) Le quote previste dalla nuova tassa e da versare al mugnaio, non erano poca cosa; infatti il costo dei generi tassati, che di seguito riportiamo, danno l'esatta misura dell'esosità del balzello introdotto.
Il frumento costava lire 18,6 al q (la tassa incideva per il 10,75%); il granoturco costava 8,75 lire al q. (incidenza dell'11,4%); le castagne secche costavano 22,4 lire al q. (incidenza del 5,36%). Si fa presente, inoltre, che il salario medio giornaliero della mano d'opera era di 1,20 lire per i lavori agricoli e 1,50 lire per i lavori dell'industria (I dati sono stati rilevati dai fogli statistici del Comune di San Giovanni in Persiceto, compilati il 17 giugno 1869)
2) Il 6 gennaio 1869 il Ministro delle Finanze inviò ai Prefetti ed ai Sindaci una circolare con il "Riepilogo di disposizioni sulla tassa di macinazione dei cereali". In essa, fra l'altro, vengono definite:
a) le modalità per i ricorsi se i mugnai "si credono gravati dalla tassa stabilita dagli Agenti delle imposte...";
b) i criteri e la "tempistica"per il pagamento della tassa;
c) le procedure per richiedere la presenza di "un Commissario governativo, che riscuota la tassa direttamente dagli avventori e per conto della Finanza fino a che sia applicato il contatore ai pali della macina..."
d) le disposizioni per sostituire il mugnaio, nell'esercizio del mulino, già iscritto al ruolo;
e) le modalità d'intervento nel caso in cui "i mulini venissero con qualche estensione tenuti chiusi dai rispettivi esercenti...".
La circolare termina ribdendo che il mulino dovrà essere chiuso se "si esercita macinazione abusiva senza che l'esercente riscuota la tassa dai contribuenti e ne paghi il corrispettivo al tesoro dello Stato..."

Documenti consultati
Zangheri Renato, I moti del macinato nel bolognese, dall'opera collettiva: "Le campagne emiliane nell'epoca moderna", Feltrinelli editore, Milano 1957, pagg. 101-144.
Cocchi Milena, in "Strada Maestra, Quaderni della Biblioteca Comunale G. C. Croce" di San Giovanni in Persiceto, Il giorno sette, Pagg. 119-126, Forni Editore Bologna, Vol. 2, 1969.
Archivio Comunale di San Giovanni in Persiceto, Busta 37.374, Tit. XVIII del 1869.
Archivio di Stato di Bologna, Vol. 9, Sentenze 1869 e verbali del 1869, Tribunale Civile, Circolo Assise.
Forni Giovanni, Persiceto e San Giovanni in Persiceto, Ed. Rocca S. Casciano, 1921, pag. 498 e seg.
Biblioteca Comunale "G. C. Croce" di San Giovanni in Persiceto. Donazione Forni "Capsa II, N. Or. 14, raccolta annate 1680 - 1891" contenente all'art. 127 dell'anno 1869, Bologna, i documenti relativi agli atti processuali sul saccheggio avvenuto il 7 gennaio 1869 a San Giovanni in Persiceto. Materiale messo a disposizione dalla Resp. Della Biblioteca dott.ssa Gloria Serrazanetti, alla quale va il ns. ringraziamento per averci indicato tale preziosa fonte documentaria.
Archiginnasio di Bologna: I giornali del tempo "L'opinione" e "Il monitore di Bologna" (19/1/1869 e 2/3/1869).


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