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Recensione del Romanzo “Da una a 60 Candele” di Lino Alvoni

“DA UNA A 60 CANDELE” è uno splendido dono che l’autore ha voluto fare non solo alla comunità decimina, che conosce il suo profondo attaccamento alla terra natia e ai suoi compaesani, ma in generale alla società e cultura italiana, inserendosi nel filone della letteratura rievocatrice delle più nobili tradizioni e memorie. Questo straordinario romanzo – affresco di F. Govoni narra la storia della vita piena di sacrifici dei contadini di Decima, paese situato nella fertile pianura emiliana, esemplificata dalle vicende della famiglia Cavicchi, protagonista del romanzo, lungo un arco temporale che va dagli anni venti ai cinquanta del Novecento. Govoni osserva acutamente e con affettuosa partecipazione gli aspetti quotidiani dell’ esistenza dei contadini di questa zona dell’ Emilia, rievoca con una descrizione precisa, fedele, il mondo delle campagne di molti decenni fa: esso, da una parte, appare immerso in una secolare arretratezza sociale e culturale, dall’ altra rivela sorprendenti aspetti positivi in quanto portatore di valori elevati, sublimi, che l’ autore con uno stile semplice e scarno pone in risalto sullo sfondo delle “ imprese “ dei suoi umili eroi – contadini. Govoni ci offre il quadro di una realtà socio- economica e culturale radicalmente diversa da quella di oggi, rievoca i momenti felici e quelli tristi che hanno contrassegnato la vita dei lavoratori dei campi in un’ epoca ormai lontana. Di quel mondo che a noi oggi appare quasi remoto,Govoni mette in rilievo le strutture sociali arcaiche, la mentalità e la visione del mondo imbevute di superstizione, fatalismo, di una certa dose di credulità popolana, ma pure vivificata da commovente fede religiosa, da pacata, saggia, ferma accettazione delle inevitatibili traversie dell‘esistenza umana.

Quella in cui si muovono i Cavicchi è una società in trasformazione: sullo sfondo delle loro personali peripezie, si intravedono alcuni grandi fatti storici del Novecento: l’ avvento del fascismo, la Seconda guerra mondiale, le lotte feroci tra fascisti e oppositori della dittatura, il secondo dopoguerra… Se è vero che l’ autore utilizza i riferimenti storici come cornice in cui inserire le vicende dei componenti della famiglia Cavicchi, va precisato che egli sembra quasi voler ridurre la Storia a fatti ed esperienze emotive, personali. In realtà quel che interessa veramente a Govoni è far emergere, senza forzature enfatiche, le figure dei contadini, autentici “eroi delle campagne“ , che agiscono in un ambiente naturale e umano che ancora ci affascina, invade dolcemente il nostro cuore: di esso l’ autore ci fa apprezzare la struggente, poetica bellezza, che risalta pur in mezzo alle difficoltà quotidiane, alla miseria, alle sofferenze che la popolazione di quei lunghi decenni del XX secolo dovette sopportare. Ma come riesce l’ autore a trasmetterci tutta la magia di quella remota realtà campestre nel cui ambito si muovevano donne, uomini, anziani e bambini avvezzi alle dure fatiche dei campi? Ci riesce soprattutto grazie a una prosa sobria, essenziale, con il ricorso frequentissimo a termini ed espressioni del dialetto decimino, che ci restituiscono interamente il colore e il calore della quotidianità dell’ arcaico mondo rurale. L’ autore , con la potenza descrittiva assicurata dall’ uso dell’ idioma locale, ritrae con mirabile efficacia la psicologia dei personaggi, donne, uomini , fanciulli, che accettano pazientemente il proprio destino, vivono modestamente senza particolari ambizioni e velleità. Il ritmo del racconto è in genere tranquillo, nonostante che la narrazione a volte riguardi angosciose avversità che si abbattono sulla famiglia Cavicchi; il lettore assiste gradevolmente allo scorrere dell’ esistenza rude, laboriosa di quelle persone circondate da povertà e precarietà, ma moralmente sane e dignitose; il narratore le contempla, ne fa emergere la vitalità istintiva, il sincero sentimento religioso. Tutto ciò gli consente di creare un piacevole effetto suggestivo, sprigionato dall’ intensità delle belle immagini rievocate. I personaggi ritratti da Govoni appaiono spesso dotati di un’indole ingenua, di una psicologia semplice, schietta. Fra le tante figure che si imprimono indelebilmente nella memoria di chi legge, spicca potentemente quella della Fonsa, straordinaria nonna–matriarca , circondata quasi da un alone di venerabilità, dotata di carisma, capace di comunicare ai suoi amati famigliari le sue ancestrali credenze, l’ incrollabile fede cattolica, pur mescolata talvolta a forme di superstizione e credulità popolare tipiche di quell’ ambiente culturale. Lei esprime generalmente la sua mirabile saggezza con espressioni e detti propri del dialetto; si rivela la trave portante, il pilastro fondamentale che sorregge l’ intera famiglia, la custode delle più sacre tradizioni. Le vicende personali della Fonsa assumono sovente toni lirici, elegiaci. Toccante è davvero la protezione e il sentimento di affettuosa partecipazione con cui ella sembra abbracciare e consolare ad uno ad uno tutti i suoi congiunti. Ci lascia profondamente amareggiati e commossi la sua definitiva separazione dalla vita: oltre a questo ci sono altri momenti assai tristi nel romanzo che ci fanno comprendere quanto l’ esistenza umana possa, talvolta, essere dura e tragica; nonostante tutto, però, il tono della narrazione non è disperato: essa si svolge solitamente accompagnata da un impalpabile, lievissimo sorriso bonario, indulgente, che mantiene il racconto in una pressoché serena atmosfera di rassegnazione e fiduciosa speranza di fronte all’ imperscrutabile volontà divina. Tale sommessa, quasi ironica indulgenza la rileviamo spesso nelle parti dell’ opera dove si affronta la problematica dei rapporti amorosi tra uomo e donna: qui si nota con quanta simpatia, soave discrezione l’ autore suggerisce cosa può succedere tra un giovanotto e una ragazza che provano reciproco amore, quando si ritrovano soli, lontani da sguardi indiscreti, liberi di manifestarsi la vicendevole attrazione sentimentale e fisica. Il romanzo si legge tutto d’ un fiato, di pagina in pagina fa crescere nel lettore la brama di scoprire il più presto possibile come si concluderanno le “ avventure “dei nostri umili“ eroi dei campi; tale desiderio ardente di conoscere come andrà a finire la loro storia terrena è costantemente stimolato dallo straordinario interesse che Govoni manifesta per la cultura delle nostre contrade rurali: egli inserisce frequentemente nella narrazione numerose e deliziose digressioni su tanti aspetti della vita di quei lontani decenni del secolo scorso nelle pianure emiliane: ritratti di personaggi, alcuni dei quali indimenticabili, descrizioni di costumi, abitudini, mestieri, attrezzature usate nei lavori campestri, di particolari strutture sociali e originali usanze proprie del folclore di quell’ epoca. Si coglie qui l’ occasione per rendere merito a Govoni dell’ aver realizzato una ricerca estremamente accurata di tanti modi di dire ed espressioni peculiari del dialetto decimino, vero “latino“ delle campagne di tanti anni fa.

In conclusione quella di Govoni è una scrittura misurata, lineare, senza inutili fronzoli; del resto l’autore non sente il bisogno di uno stile ampolloso, sovrabbondante per esprimere ciò che gli sta a cuore: la poetica, ingenua atmosfera che pervade il cammino esistenziale della gente umile, ma onesta e fiera, delle campagne decimine e in genere emiliane di un periodo storico assai distante da noi, contrassegnato dal persistere di credenze, miti, modi di agire ereditati da epoche remote. Dai gesti solitamente così naturali, basati su ideali di fratellanza e altruismo, dei contadini percepiamo a volte la poesia che sgorga spontanea, freschissima dai loro cuori, dalla loro visione del mondo, dalle divertenti e vivide espressioni dell‘idioma locale. Nella fantasia di noi lettori si imprimono indelebilmente immagini meravigliose, colori, suoni, profumi inebrianti che non abbandonano più il nostro animo. Soprattutto ammiriamo la genuina umanità delle persone, la loro capacità di sopportare con abnegazione le sofferenze e le miserie di questo mondo, il loro atto di fede e d’amore che supera tutte le barriere e le ingiustizie create dagli egoismi e dalle convenzioni sociali, grazie alla fiducia in un avvenire in cui prevarranno finalmente la solidarietà e la salvaguardia della dignità umana.
SAN MATTEO DECIMA, 26 novembre 2017
Lino Alvoni

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