ALESSANDRO POLUZZI (1898-1982)
a cura di Fabio Poluzzi e Floriano Govoni
La Consulta di San Matteo della Decima, nella seduta del 3 febbraio 2004, affidò ufficialmente a Marefosca l'incarico di predisporre un profilo delle persone che nel passato, a vario titolo, si sono adoperate per il bene della nostra comunita, al fine di individuare il nome da assegnare alla nuova tangenziale decimina. La documentazione relativa ai nominativi non scelti è stata inoltrata all'Amministrazione comunale di Persiceto affinchè tali nominativi possano essere utilizzati per dare il nome a nuove vie di Decima. Di seguito pubblichiamo la relazione riguardante Alessandro Poluzzi; nei prossimi numeri pubblicheremo quelle relative ad altri personaggi che hanno dato lustro alla nostra popolosa frazione.
L'Assemblea Comunale di San Giovanni in Persiceto ha ricordato, nel 1996, una data importante: 50 anni prima, e precisamente giovedì 11 Aprile 1946 si svolse il primo Consiglio Comunale del dopoguerra. Uno dei 30 consiglieri eletti ( con 8854 voti, sommandosi ai voti di lista i voti personali di preferenza) nelle liste del PSIUP fu Alessandro Poluzzi. Si procedette senza indugio alla elezione della giunta, che secondo le regole di allora doveva essere scelta tra i consiglieri eletti, e nuovamente uno degli assessori effettivi nominati, con 18 voti, fu Alessandro Poluzzi1.
Sua la delega per le funzioni amministrative riguardanti la sua frazione di provenienza, e di lì a poco per tutti gli abitanti di S. Matteo della Decima, provati dai lutti e dalle distruzioni della guerra appena finita, sarebbe diventato "al sendic", l'emblema di un nuovo modo di intendere le istituzioni dopo le sopraffazioni del fascismo.
La funzione pubblica non come pulpito dal quale esercitare un potere e imporre una sudditanza ma come servizio reso alla comunità in un momento di particolare difficoltà senza tornaconti e, anzi, con personale sacrificio. Questo è stato Alessandro Poluzzi. Il suo ricordo richiama un'epoca non troppo lontana e fondamentale per il nostro presente e soprattutto ci consente di rivalutare la perdurante validità dei principi che ispirano il corretto agire al servizio dei propri amministrati.
Alessandro Poluzzi, classe 1898, proveniva da una tradizionale famiglia mezzadrile itinerante, di origine argelatese, che si era stabilita in territorio persicetano nella casa colonica addossata alla villa Giovannina in quanto accolta al servizio dei proprietari di quest'ultima: i conti Cavriani.
Alessandro ebbe un'infanzia infelice a causa della morte del padre Vincenzo quando aveva soltanto due anni, ultimo episodio di una catena di disgraziati avvenimenti che aveva portato allo sfaldamento della grande famiglia mezzadrile. Ancora molto piccolo conobbe il bisogno e le privazioni più dure. Tuttavia ebbe una buona scolarizzazione, tenuto conto dell'epoca, frequentando, l'asilo e le scuole elementari di Cento, dove abitava, in via Gennari, con i suoi tre fratelli e la mamma. Dimostrava ottima capacità di apprendimento, diligenza e spontaneo interesse per tutte le discipline. Era tale la condizione di analfabetismo imperante che il piccolo Alessandro, identificato come bambino dalla vivace intelligenza, veniva issato su un tavolo con l'incarico di leggere ad alta voce agli astanti, impossibilitati a farlo, le notizie politiche.
Dopo le scuole elementari lavorò come garzone presso mezzadri dell'area posta fra Cento e Decima soffrendo una penosa condizione. In particolare era impietoso il confronto con i figli dei mezzadri, adolescenti come lui ma avvantaggiati dall'avere una famiglia che li proteggeva. Viceversa Alessandro, quasi abbandonato dalla propria, viveva ai margini di queste famiglie mezzadrili che gli assegnavano i lavori più faticosi e indesiderati.
Nel 1917, ancora diciottenne, fu inviato sul fronte della prima guerra mondiale, in una delle fasi topiche del teatro isontino: la undicesima battaglia dell'Isonzo culminata con la conquista di gran parte del roccioso altopiano, ora sloveno, della Bainsizza. In particolare Alessandro fu impegnato in quella specie di mattatoio, in cui morirono decine di migliaia di nostri fanti che fu il monte San Gabriele da cui uscì miracolosamente e, a suo dire inspiegabilmente,vivo. Dopo Caporetto fu impiegato sul Piave per poi passare in Trentino sul monte Altissimo che domina Rovereto. Anche in guerra Alessandro dimostrò le sue doti fondamentali: straordinario vigore fisico, resistenza alla fatica e alla sofferenza, vivacità intellettuale.
Uno dei comandanti spesso citati nelle cronache di guerra, il generale di divisione Pennella, durante una ispezione al fronte, notando quel caporal maggiore sbracciato nonostante la rigida temperatura, intento a scavare una trincea con grande foga, anziché riprenderlo per la tenuta poco ortodossa lo elogiò pubblicamente indicandolo alla truppa come un esempio di dedizione ai propri compiti. Uscì dalla esperienza militare, meritando successivamente la croce di cavaliere di Vittorio Veneto, solo nel 1921, avendo prolungato la ferma di altri due anni e continuando a prestare servizio come graduato nell'area del Tonale, dove sarebbe sorto un sacrario militare. Tra coloro che identificavano e ricomponevano le salme c'era anche Alessandro. Essendo il suo reparto di stanza a Como (dove incontrò il sergente maggiore Antonio Restani "Tunien" e Paolo "Pèvel" Scagliarini, entrambi a loro volta di Decima) fu successivamente addetto a servizi di polizia militare sulla tratta ferroviaria Como - Milano. Anzi gli fu proposto di restare stabilmente in sevizio, magari entrando nei ruoli della polizia ferroviaria.
Rifiutò e fece ritorno a Cento quando già, prima a Milano, poi nel suo paese di origine, aveva cominciato a vedere in azione le squadre fasciste. Alessandro Poluzzi si riconosceva nella ricca e gloriosa tradizione del socialismo riformista. Un socialismo pervaso di prudente gradualità nelle conquiste sociali, di apertura al confronto plurale, di rifiuto netto e assoluto dei metodi più estremi nella lotta politica. Di ritorno dai teatri di guerra, Alessandro provò disagio e repulsione per la violenza politica diffusa che andava propagandosi .Per di più dovette cercar casa, dopo essersi ricongiunto con la madre Rosa Taddia, rimasta al servizio del parroco del Penzale durante gli anni della guerra e impossibilitata a conservare l'alloggio di via Gennari. Fu proprio grazie alla parentela della madre con i fratelli Taddia, grandi possidenti terrieri dell'area centese a ridosso del Reno e del quartiere Bagnetto, che la famiglia Poluzzi potè trovare alloggio a Decima in via San Rocco in una casa di proprietà dei due facoltosi cugini di Rosa Taddia.
Sposatosi con Elena Forni, Alessandro si trasferì provvisoriamente in via Reno Vecchio dove nacquero Lena e Franca per poi trasferirsi definitivamente nella nuova casa da lui costruita, con l'aiuto del suocero Sisto Forni, in via Bolina. Qui nacquero Alfredo e Giovanni. Grande appassionato di ciclismo, fu il primo abbonato di Decima alla Gazzetta dello Sport. Il figlio Alfredo deve il suo nome al ricordo del grande Binda. La fede socialista di Alessandro non mancò di procurare difficoltà alla famiglia durante l'era fascista. Alessandro si condannò ad una sorta di Aventino domestico, cercando di evitare tutte le occasioni pubbliche e in particolare quelle dove si commentavano le imprese del Duce. Ciononostante il piccolo Alfredo veniva regolarmente allontanato dalla mensa scolastica in quanto figlio di un dissidente. Per i figli di Alessandro nessun sussidio, nessun vestito da avanguardista o da piccola italiana, nessuna colonia marina.
E' significativo un episodio in cui Alessandro, abbandonando la sua abituale prudenza, rischiò grosso. In una tornata elettorale restituì bianca l'unica scheda con l'unica opzione. A salvarlo fu Canelli "al Mérel" cugino di Elena Forni che, accortosi dell'azzardo, lo seguì fino a casa e lo convinse, per il bene della famiglia, ad esprimere il voto sulla soglia di casa. Fu in quegli anni che Alessandro ricevette un altro aiuto dal possidente Raffaele "Raflein" Taddia. Le autorità fasciste impedivano ad Alessandro di lavorare come caposquadra nella sua azienda canapicola a causa delle sue idee. Raffaele Taddia si prese l'incomodo di recarsi a Bologna presso la federazione provinciale. Qui, con tono energico, fece valere il suo buon diritto di facoltoso possidente, di scegliere autonomamente almeno un caposquadra che fosse di suo personale gradimento a fronte di decine e decine di lavoratori imposti dalla federazione e da lui accettati passivamente a prescindere dal loro valore. Non ci sarebbe stato nulla e nessuno capace di distoglierlo da tale proposito. Alessandro ebbe il suo posto presso la impresa Taddia e fu preposto a squadre di lavoratori di volta in volta addetti all'abbattimento di alberi, lavorazione della canapa, scavo o riempimento di maceri, trebbiatura, potatura. Alessandro teneva con grande accuratezza un taccuino in cui annotava, su incarico dei Taddia, date, lavorazioni, quantità prodotte. "Raflein" Taddia usava questi taccuini per riscontrare i rapporti di produzione dei fattori.
Contemporaneamente Alessandro si occupava della lavorazione dei suoi stessi terreni acquistati periodicamente dagli aggiudicatari della parti. Vennero i giorni della guerra dichiarata dal duce e Alessandro dovette indossare di nuovo la divisa a 42 anni essendo destinato alla guarnigione presso l'Isola d'Elba. La famiglia si trovò subito in grande difficoltà. Il maggiore dei figli maschi, Alfredo, aveva soltanto 11 anni. Si provvide a salvare parzialmente i raccolti solo grazie all'aiuto del fratello Giuseppe Poluzzi (detto Ròca). Tra l'altro il 1940 fu un anno piovosissimo e si penò non poco a ricoverare il grano nel magazzino della casa di via Bolina. Alessandro, per parte sua, continuava a chiedersi il senso di quella sua nuova esperienza militare e a scrivere lettere accorate ai suoi famigliari.
E' facile immaginare la sua gioia quando apprese dal Carlino di poter godere di un congedo anticipato avendo l'età che aveva e quattro figli a carico. Preavvertito da un conoscente, fu Alfredo a correre incontro, nei pressi del Chiesolino, al padre ancora in divisa che lo prese in braccio. Fu lo stesso Alfredo ad annunciare al padre, dopo averne avvistato la colonna trovandosi presso il canale, l'arrivo in massa delle truppe occupanti tedesche dopo l'8 Settembre 1943. Alessandro, che aveva già conosciuto i militari tedeschi durante la prima guerra mondiale, commentò che la storia si ripeteva di nuovo con i tedeschi a farla da padroni.
Seguirono le gravi vicende belliche collegate allo spostamento del conflitto sul nostro territorio, l'indigenza, il razionamento, la soffocante occupazione tedesca, il terrore e le vittime dei bombardamenti, le fughe nei rifugi scavati nei campi, il passaggio del fronte, la dura necessità di ripartire da zero pur nella rinata speranza. Alessandro aderisce con entusiasmo al C.L.N locale fornendo un contributo di riflessione e di equilibrio pur nella concitazione di quei primi momenti post-bellici. Sarà tuttavia quell'11 Aprile 1946, con la sua nomina ad assessore e vicesindaco delegato per la frazione Decima, a nobilitare la vita di Alessandro Poluzzi.
Ciò al di là dei suoi stessi iniziali intendimenti. Il fatto è che da quel momento, e per alcuni anni, graverà prevalentemente sulle sue spalle il peso di una comunità che deve ricostruire la propria identità, risolvere immediati e drammatici problemi di sopravvivenza, rivitalizzare il proprio spirito di iniziativa mortificato dalle vicende appena trascorse. Mancavano tutti i beni di prima necessità, cosi come faticava a ripartire un primo embrione di assistenza sanitaria. Alessandro trovò il coraggio e la forza di cominciare a lavorare per gli altri in un contesto così difficile, confortato dalla delega fiduciaria avuta dai sindaci persicetani che si alternarono in quei primi anni del dopoguerra. In bicicletta si recò presso il comando militare americano di Bologna e ottenne penicillina e altri farmaci che mise a disposizione del dott. Frassinetti dell'Ospedale di Persiceto per fronteggiare alcune patologie che si stavano diffondendo a causa della precarietà delle condizioni igienico-sanitarie e che avevano coinvolto anche abitanti di Decima. Giunsero in seguito anche medici militari americani a constatare la situazione e verificare le necessità.
Si occupò in prima persona, graduandola col buon senso e la personale conoscenza delle singole situazioni, della distribuzione gratuita del grano requisito, assistito con competenza e rigore da un giovanissimo Giovanni Nicoli, poi stabilmente chiamato a reggere l'ufficio decentrato dell'anagrafe situato a Decima. Tutti i collegamenti con il Sindaco di Persiceto erano possibili grazie al telefono delle scuole elementari e alla solerzia del bidello, Aldo Leonardi, che faceva la spola fra l'edificio scolastico e via Bolina dove risiedeva Alessandro. La stessa casa del vicesindaco, che i decimini avevano risolutamente promosso a "Sendic", era una sorta di ufficio pubblico decentrato dove i cittadini si recavano per segnalare le più svariate ma tutte ineludibili necessità: latte per neonati; assistenza medica; mancanza di medicinali; bisogni alimentari; legna da ardere per fronteggiare il freddo e cucinare; notizie di dispersi in guerra etc.
Allora Alessandro sistemava un tavolino presso il Mulino Gaspari e col fedele Nicoli distribuiva quel grano che era possibile distribuire assumendosi anche gravi e personali responsabilità. Andava dai latifondisti locali, che lo conoscevano per essere gran lavoratore e persona stimata e paventando il rischio che altri meno educati e più sbrigativi lo seguissero in caso di rifiuto, e otteneva di poter abbattere alberi nelle loro proprietà per riscaldare le case degli indigenti. Convocava i medici militari alleati che, a onor del vero, dimostrarono sempre grande sensibilità, soprattutto verso i bambini, e chiedeva la loro assistenza.
Il suo capolavoro Alessandro lo realizzò fondando la prima cooperativa di consumo nelle adiacenze della casa del popolo prima e su via Cento poi. Ciò fece rischiando i propri beni personali che offrì a garanzia dell'iniziale richiesta di finanziamento. Fu cosi che, in una situazione di assenza di liquidità e di reddito dovuta al conflitto appena cessato, molti poterono acquistare prodotti alimentari e altri beni a credito tamponando la grave difficoltà di quei momenti e riconquistando fiducia e dignità. Importante fu anche il contributo fornito nella occasione da Loris Forni, addetto al negozio.
Per parte sua Alessandro si sobbarcava lunghi percorsi in bicicletta fino al mercato di Bologna, spesso trascinando uncarretto, per approvvigionare il negozio di farina, olio, etc. Alessandro amava mettersi in gioco di persona semplicemente perché questo gli suggeriva la sua coscienza in quei delicati momenti. Per il resto svolgeva i suoi compiti nella giunta e agiva politicamente con grande passione. Fu segretario del partito socialista locale prima della scissione di Palazzo Barberini. Successivamente si riconobbe nelle idee di Giuseppe Saragat.
Protrasse il suo impegno fino agli anni 50 e all'epoca del sindaco Marzocchi. Non smise mai, anche da anziano (morirà il primo Maggio 1982 a 83 anni) di lavorare nei campi amando visceralmente quel lavoro spesso così avaro di soddisfazioni economiche. Alessandro non ha mai cercato né desiderato la ricchezza propendendo per uno stile di vita sobrio e asciutto. Non sapeva tuttavia trattenere un largo sorriso quando, anche dopo molti anni da quelle vicende, magari in occasione di una coda alle poste per incassare la pensione, qualcuno lo chiamava ancora "al noster sendic" e davanti a tutti gli manifestava gratitudine per l'ascolto ottenuto in un momento di particolare difficoltà.
Note
1) Nelle elezioni del 1946 (primo Consiglio Comunale del dopoguerra), Alessandro Poluzzi si presentò nella lista congiunta P.C.I - P.S.I.U.P. che ottenne il 72,77% di voti. Di detta lista furono eletti 24 consiglieri e fra questi anche Alessandro Poluzzi con 8.851 voti: terzo fra gli eletti. La seduta di insediamento del nuovo consiglio comunale avvenne l'11 aprile 1946, nell'ambito della quale furono eletti il sindaco (Aristide Donati), gli assessori effettivi (Emidio Felicani, Armide Forni, Riccardo Romagnoli, Alessandro Poluzzi) e gli assessori supplenti (Guerrino Bongiovanni e Francesco Bongiovanni). Da Mario Gandini, Cronaca di 50 anni fa (Il primo Consiglio comunale del dopoguerra), Supplemento al n. 1 di "Altre Pagine", giugno 1996
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