www.marefosca.it | Dicembre 2004
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SOPRASSALTI DELLA MEMORIA
a cura di Alessandro Calzati

Il mio non è un trattato di storia sulle origini e le vicende del palazzo Fontana, sono solo ricordi di tempi lontani quando Decima, appena nascente, aveva connotati più agresti.
Ho vissuto alla Fontana dal 1946 al 1964, quando mio padre, Agostino Calzati, è mancato. Aveva ricevuto l'incarico dal Marchese Bonifacio di Canossa di amministrare la tenuta Fontana, di almeno 15 fondi (Argazzi, Bussolari, Passerini, Montanari, Comastri, Orsoni ed altri ancora), la Coca Pana, le terre ed il castello a Garda. Mia madre, mio padre ed io, arrivammo alla Fontana in calesse con un panno sopra le ginocchia ed immediatamente mi misi a giocare con i figli dei braccianti con una palla di carta. Mio padre si pose alla guida dei contadini che allora chiedevano il 53%. Ricordo le frequenti riunioni nello studio, durante le quali mio padre, pur tenendo la parte del "padrone", era molto sensibile alle esigenze di contadini e braccianti. Disciplinava la rotazione della trebbiatura (ogni agricoltore temeva la pioggia e voleva essere il primo a trebbiare). Una volta portati i covoni di grano sull'aia, la trebbiatrice veniva appoggiata al fienile ed iniziava l'evento. Una ragazza passava a dare da bere del buon vino ai lavoratori, e mio padre, tenendo viva la tradizione, faceva mettere su alle donne la pentola, cosa molto gradita perché allora si mangiava poca carne e molta cipolla. Si faceva poi la "gabbanella" tutti a giacere sul prato all'ombra delle querce antiche... solo qualcuno affilava il ferro che sarebbe servito la mattina dopo con la "guaza" a tagliare l'erba.
Allora con l'Iride Marchesini, che mi chiamava "zivulén" per il nodo che mi faceva nei capelli, ho vissuto una delle esperienze più importanti della mia vita: la spigolatura. Era con me mio cugino Vittorio Cocchi, attuale Presidente della Partecipanza Agraria di San Giovanni in Persiceto, che trascorreva l'estate alla Fontana, e veniva con me a pescare nei maceri, a caccia di serpi e salamandre sul Samoggia. Ci alzavamo alle quattro del mattino e con l'Iride percorrevamo tutti i campi mietuti, raccogliendo una spiga alla volta. E' stata per me una grande lezione di vita. Ho imparato a partire dal nulla per raggiungere un minimo di professionalità e qualunque obiettivo. Ricordo quei cieli profondi e tersi mentre l'alba rosea svelava gli alberi a noi familiari, vicini alle case.
Sempre d'estate era solito soggiornare alla Fontana Raffaele Pettazzoni, storico delle religioni, noto in tutto il mondo (ne sta curando la complessa biografia il prof. Mario Gandini), persicetano, amico di mio zio Giuseppe Calzati, socialista utopista, Sindaco del paese poi mandato al confino.
"Amò il prossimo suo più di se stesso" scrisse mio padre sulla sua lapide perché, tra l'altro lo zio Giuseppe, andava a Bologna in bicicletta per non far pagare al Comune la macchina.
Tra le relazioni, mio padre, aveva come amici numerosi critici d'arte (Volpi, Francesco Arcangeli, Guido Zucchini, ecc.) ed artisti (Ghermandi, Minguzzi, ...) che un giorno radunò ad un banchetto come avallo alla deposizione della lapide (voluta da Costanza Bonora ndr)1 relativa alla nascita alla Fontana di Ubaldo Gandolfi nel 1728 e del fratello Gaetano nel 1734, noti pittori. La lapide poi è stata rubata insieme ai banchi del '600, al confessionale, nonché a tutti gli arredi della cappella ed a tutte le immagini sacre. Era questo il tempo della canapa e delle piantate quando le viti si arrampicavano sugli olmi che sono quasi scomparsi, e ancora nei campi si vedevano i buoi con il carro (come nei quadri di Fattori).
Inoltre a Decima ci si conosceva più per soprannome che per nome (Sissignore, Tugnén dal rôb dòulzi, Panzèta, Cisiamo, Pgnàta, ecc.). Frequenti erano le feste, una in particolare mi vide "prima Priora" (o Rettora) da molto giovane. Dopo aver sfilato in abito bianco lungo di seta in processione, alla Fontana si aprivano le danze sull'aia con la musica diffusa da un altoparlante installato su una torre. Gli astanti partecipavano alla corsa dei sacchi, al palo della cuccagna, alla partita a bocce, alla gara degli aquiloni. Da Decima venivano Socrate e l'Imelde Minarelli che preparavano il banchetto dei gelati, nel frattempo con il furgoncino a pedali il figlio Franco avvi-cinava i presenti per distribuire i gelati conservati in dieci sorbiere di rame stagnato contenute in altrettanti mastelli di rovere che negli interstizi avevano ghiaccio e sale nero. Così i gelati, preparati la notte prima, si conservavano integri.
Poi veniva anche il Natale che vedeva l'Arciprete con i chierici celebrare la Messa nella cappella dopo che io avevo ripetutamente suonato le campane. I contadini avevano già portato 2 o 4 capponi come quelli di Renzo nei Promessi Sposi, afferrandoli per i piedi a testa in giù. Essi finivano regalati a chi di dovere. Ricordo la loro voce garrula nella gabbia alle quattro del mattino, e già pensavo al loro destino.
Ma quale retaggio ha lasciato la Fontana? Tutta la vita ho fatto l'inse-gnante, ma qui, alla Fontana, ho imparato a conoscere e trasmettere (forse) la poesia; ad avvertire per tempo il profumo dei lillà, a scoprire le prime viole, a cogliere le rose ancora profumate. Ho imparato ad ascoltare la voce del vento e a fare pronostici sul tempo secondo l'antica saggezza. Ho scrutato i cieli all'alba, ho riconosciuto la voce degli uccelli, i loro nidi. Ho allevato i leprotti veloci e fuggitivi. Ho avvertito la poesia di una natura ricca, selvaggia ed intatta. Alcuni contadini poi hanno acquistato il fondo, altri si sono trasferiti a Decima a svolgere un'altra attività. Decima nel frattempo è cambiata, è diventata più colta. Molti sono i professionisti; i padri hanno saputo dare ai figli maggior benessere e cultura. Ma le origini sono le stesse: il decimino è un lavoratore instancabile e competente, attento e fedele, onesto e saggio.
Il palazzo della Fontana è ancora là nonostante i crolli e gli incendi, silente e maestoso aspetta una nuova vita con i gufi di un tempo dagli occhi fosforescenti, roteanti ed innocui ed i giovani di oggi pieni di idee e di innovazioni.

"Nessun maggior dolore
che ricordare il bel tempo nella miseria.
E ciò sa il tuo dottore"

(Dante Alighieri, Inferno, Canto VI)

"Felix qui potuti rerum conoscere causas; sed felix etiam qui deos novit agrestes".
(Virgilio, Le Georgiche)

Nota
1) Riportiamo il testo della lapide:
Da Giuseppe Antonio Gandolfi agente dei conti Ranuzzi proprietari di questa villa
ora Bonora e da Maria Francesca Baldoni
qui nacquero Ubaldo (1728-1784) e Gaetano (1734-1805)
fecondi valentissimi pittori.
Costanza Bonora pose questa memoria l'anno MCMLIV


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