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UNA VITA TRIBOLATA
a cura di Floriano Govoni



Olga Accaino ha compiuto da qualche giorno cent’anni; Olga è una signora esile, discreta e disponibile a fare quattro chiacchiere con me. Mi scruta con i suoi occhi azzurri, circondati da grandi occhiali e, prima di iniziare la chiacchierata, mi avverte: “Guardi che io sono sorda” … ma non è del tutto vero perché, parlando con un tono di voce un po’ alto, mi rendo conto che intende perfettamente. Parla in italiano, correttamente, e ricorda, anche se con qualche “vuoto”, tanti particolari della sua vita.
Sono nata a Bagnaria Arsa in provincia di Udine. I miei genitori erano friulani e mio padre faceva il ferroviere: controllava le rotaie e sostituiva le traversine di legno quando erano marce, per evitare che deragliasse il treno. Ho viaggiato molto per via del lavoro di mio padre. Pensi che sono stata anche in un paese che si chiama Amaro in Carnia… Lei sa dov’è la Carnia? Avuto il mio assenso, sorride e continua: Bene…  In quel paese successero due cose gravi: mia madre si ammalò di tifo, ma il dottore diceva che era febbre da malaria, la curò per questa malattia e purtroppo morì: aveva soltanto 39 anni. Anche mia sorella Noemi si ammalò di tifo e morì anche lei, all’età di 11 anni. Nel 1918 andammo, da sfollati, in  Sicilia a Mazzarino; ci trasferimmo perchè ad Amaro sarebbe passato il fronte ed era pericoloso rimanerci.. Io ero ancora piccola ma mi ricordo che il trasferimento fu difficoltoso perché viaggiammo su due vagoni diversi: io e una mia parente in un vagone, mentre mio padre e mio fratello su un altro. Ci perdemmo di vista e ci ritrovammo soltanto quando fummo in Sicilia, nonostante che la mia parente cercasse continuamente mio padre. Alloggiammo in un albergo abbandonato e vivevamo del sussidio che ci dava il Governo; la sera veniva un pastore con le pecore, le mungeva e vendeva il latte direttamente a noi. In Sicilia ho terminato i miei studi; ho fatto solo la seconda elementare. La scuola era sporca e lercia perché non la chiudevano mai e di notte della gente andava dentro a fare i propri bisogni. Quando la maestra mi metteva in punizione, mi faceva inginocchiare in un angolo dove, a volte, c’erano ancora delle feci…
Quando tornammo dalla Sicilia andammo ad abitare a Mezzolara, vicino a Budrio, e lì una si-gnora mi insegnò a fare la sarta; cucivo pantaloni, camicie da uomo, grembiuli e vestitini per le donne da portare tutti i giorni. In quegli anni morì anche mio fratello Elvio: aveva soltanto 27 anni. Per dissensi con il sindacato fascista locale emigrò nell’Agro Romano per lavoro; là l’aria non era buona e si ammalò di Malaria perniciosa. Tornò a casa in brutte condizioni e dopo un po’ morì. Poi ci trasferimmo definitivamente a Decima ed io trovai un lavoro da serva, ora si direbbe collaboratrice domestica, a Bologna presso la famiglia dell’ing. Sarti. Rimasi a servizio per nove anni; mi piaceva molto, facevo di tutto e la paga era buona: 120 lire al mese più il mangiare e l’alloggio, perché la sera non ritornavo a Decima, era troppo lontana e rimanevo a dormire dall’ingegnere. 
A Decima la mia famiglia abitava nel casello ferroviario della “Buca” e quasi di fronte a noi c’era la famiglia Beccari che aveva un’azienda con degli operai. Fra gli operai c’era anche Anello Marani che faceva il trattorista e arava la terra. Il vecchio Beccari mi diceva sempre: “L’è un bòn putén, vé!”. Ci innamorammo e ci sposammo nel 1939, una mattina presto, nella chiesa di Decima. Non facemmo nulla perché eravamo  molto poveri, però alla sera partimmo per il viaggio di nozze con la macchina di “Péco” Beccari; ci portò a Bologna, al teatro  “Medica” a vedere il varietà ed un film. Questa fu tutta la nostra festa.
Appena sposati andammo ad abitare in piazza a Decima, nella casa di proprietà del sig. Morisi. Volevamo vivere da soli, però dopo qualche giorno vennero ad abitare con noi anche i genitori di Anello e una sua sorella. Nello stesso stabile c’era un bar dove lavoravo io e saltuariamente mio marito. Alla fine dell’anno nacque il mio primo figlio, Franco. La convivenza coi suoceri  era difficile perché loro erano molto cattivi; una volta mio suocero per una cosa da nulla voleva buttarmi giù dalla finestra, allora io presi Franco in braccio, scappai giù dalle scale, mi rifugiai nel bar e chiusi la porta. Per fortuna finì tutto così. Mio marito ed io volevamo vivere per conto nostro, però i miei suoceri, ovunque andassimo, ci seguivano sempre. Anche dopo la guerra, quando venimmo ad abitare in questa casa (di via Casetti a Decima, dove abita ora ndr) loro, dopo un po’ di tempo, ci raggiunsero e continuarono ad abitare con noi fino alla morte.
Nel gennaio del 1942 Anello fu richiamato alle armi con il grado di sergente ed io ero incinta di Laura (Loretta); per un anno ed un mese non ebbi sue notizie. Solo alla fine della guerra mi arrivarono le sue lettere: formavano un bel mucchietto! In agosto nacque Laura: un’altra bocca da sfamare, ma con il sussidio che mi spettava riuscii in qualche modo a tirare avanti.
Nel 1944 mio padre, mentre si recava a Persiceto in bicicletta, fu investito da un camion tedesco e morì sul colpo. L’autista era ubriaco ma la colpa fu data a mio padre perché le autorità dissero che l’ubriaco era lui. Una donna di Decima vide come erano andate le cose, però non testimoniò mai per paura. Il 1944 fu un anno sfortunato perché morì anche mia sorella Iolanda. Iolanda si era sposata ed abitava a Bologna; i fascisti misero una bomba sotto le scale del suo palazzo per uccidere un partigiano. Per caso passò prima mia sorella e saltò in aria lei, al posto del partigiano.
Mio marito ritornò a casa nel novembre del 1945 e Laura, che non l’aveva mai visto, rimase bloccata e ci mise diverso tempo prima di chiamarlo papà. Anello, dopo la guerra, ritornò a lavorare dai Beccari, mentre io facevo un po’ la sarta e un po’ qualche turno di lavoro in campagna. Nel 1949 nacque il mio terzo figlio: Walter. Io e mio marito ci siamo voluti bene; lui è morto nel 1992: quando aveva quasi 83 anni.
Dei vecchi parenti sono rimasta soltanto io e Maria, una mia sorellastra. Ho però i miei figli, le nuore e i nipoti. Per passarmi il tempo guardo alla televisione qualche film, ma vedo solo le fi-gure e non capisco quello che dicono. Leggo “Oggi”, “TV Sorrisi e canzoni” e “Marefosca”. Tempo fa andavo alla tombola in parrocchia, alla “Partecipanza” o al “Posto dove andare”, ma poi ho capito che non era più il caso di andare per il fatto della sordità.
Sono abbastanza religiosa, ma siccome ho avuto tante disgrazie io il Signore non lo prego più. Prego Padre Pio, il Signore l’ho messo un po’ da parte…
Sorride guardandomi di sottecchi ed io le chiedo se ha un desiderio… Prontamente risponde: “Non ho voglia di nulla, mi basta quello che ho: sono abbastanza in salute anche se sono sorda e per girare devo utilizzare una sedia. Ora vivo con mia figlia e mio nipote, sono contenta così”.

Termina così la nostra conversazione e quando la saluto ho l’impressione che i suoi occhi azzurri siano ancor più grandi e ridenti…
ma forse non è solo un’impressione...


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