Mi piace giocare a “Quintéli”, un gioco antico che si giocava d’inverno con gli amici in casa dell’uno o dell’altro. Ora lo gioco con gli amici, al Circolo MCL, il giovedì sera ed il sabato. E’ un appuntamento quasi irrinunciabile. A settembre compio 88 anni e ad ottobre, io e Maria, fe-steggiamo i 60 anni di matrimonio; sembra ieri, ma non è vero. Il tempo passa, le vicende della vita ti assorbono e quando ti fermi rimangono i ricordi di una vita lunga. Soddisfacente. Appagante. Ora sono in pensione e sono ancora qui con mia moglie accanto. Io e lei, in questo arco di tempo vissuto assieme, non ci siamo detti più del nostro nome.
E’ Guido che parla, intervallato, qualche volta, dalla moglie Maria. Quest’anno la coppia festeggia le nozze di diamante.
Il 1º febbraio 1940 sono partito per il militare – continua Guido – e dopo 11 giorni ero già a Tripoli; sono rimasto in Africa tre anni e due anni e mezzo li ho trascorsi nel deserto. Appartenevo alla Divisione Pavia, 6º Genio di Bologna, ed il mio compito era quello di preparare i campi minati o di disinnescare le mine dei nemici. Le mine italiane erano le più pericolose perché avevano un congegno di innesco molto rudimentale (simile ad una trappola/luèt per passeri); due miei compagni mentre le innescavano, una è scoppiata riducendoli in briciole… davanti ai miei occhi. Ho partecipato alla battaglia di Al Alamein (1942) e quando fummo costretti alla ritirata riparammo, per 40 giorni, nella vallata del Cattaro: una zona più bassa rispetto al livello del mare con acqua stagnante e melma, poi riuscimmo, a bordo di un camion, ad allontanarci dirigendoci verso Tripoli. Lungo la strada c’erano centinaia di camion e carri armati abbandonati e non so quanti aerei abbattuti. Fummo fermati dagli inglesi, ma fortunatamente riuscimmo a scappare. Gli ultimi 700 chilometri, che ci dividevano da Tripoli, li percorremmo in 40 giorni: mangiammo ciò che trovavamo nei camion abbandonati e l’acqua la procuravamo togliendola dai radiatori. Quando arrivai a Tripoli un tenente della Divisione Trieste si interessò al mio caso e siccome io ero in Africa da 3 anni mi disse che potevo rientrare in Italia. Con un camion mi portarono a Tunisi e da lì, in aereo, arrivai a Palermo. Presi il primo treno disponibile (un merci) e dopo tre giorni giunsi finalmente a casa: era il marzo del 1943. Rimasi a Decima per un mese, poi fui assegnato al 3º Reggimento del Genio di Pavia. Il 9 settembre 1943 la mia caserma fu accerchiata dai tedeschi, fummo fatti prigionieri, caricati su un treno e dopo 11 giorni di viaggio giungemmo nel campo di smistamento di Stettino in Polonia. Faceva un freddo del demonio e, da subito, mi mandarono a raccogliere patate; in seguito, mi misero a fare manutenzione alle linee ferroviarie tedesche. Ho lavorato in diverse località della Germania e durante la prigionia ho patito la fame come tutti quelli che erano con me. I tedeschi cuocevano dei paioli di patate e a noi davano soltanto il brodo e una pa-gnotta di pane nero da dividere in sei. La domenica non si lavorava, di conseguenza mangiavamo una volta soltanto. Spesso, in alternativa alle patate, cuocevano cavoli, verze e altre verdure, ma a noi toccava solo ed unicamente il brodo. Per me i tedeschi hanno perso la guerra perché non avevano più nulla da mangiare. Mi ricordo che all’arrivo dei soldati americani le ragazze tedesche si concedevano a loro in cambio di una cioccolata o di una scatoletta di carne…Quando fummo liberati, nell’aprile del 1945, mi trovavo in Westfalia, ma feci ritorno a casa soltanto il 29 agosto, dopo tre giorni di viaggio in treno. Quando giunsi a San Giovanni non c’era un’anima viva ed io, sotto le stelle, mi feci gli ultimi 10 chilometri a piedi, contento di essere ancora vivo!
Mi misi subito a lavorare in campagna, in un podere della Fontana che mio padre conduceva a mezzadria. Allora avevo 25 anni e la gioventù dalla mia parte. La domenica pomeriggio tutte le ragazze andavano alla benedizione e noi giova-notti le aspettavamo sulla piazza. Adocchiai tre ragazze e vidi che una di queste mi guardava, ed io la guardavo e lei mi guardava… a me piaceva il suo aspetto e pensai “Sta a vedere che mi va fatta bene di sicuro” e poi sapevo che proveniva da una famiglia seria e stimata. Lei, Maria, abitava in Bagnetto, ed io quella sera stessa la seguii in bicicletta e quando la sua amica che l’accompagnava la salutò, io l’affiancai fino a casa sua. Poi ci fermammo a chiacchierare del più e del meno; prima di lasciarla le chiesi: “Posso tornare domenica?” Lei mi disse “Si, va bene, potete tornare”. In quel primo incontro ci davamo del “voi”, come era in uso allora… Contento di quella risposta, girai la bicicletta e ritornai indietro, ma ero talmente su di giri che, giunto all’incrocio, invece di voltare a sinistra per recarmi a casa mia, proseguii verso il centro del paese…allungando così la strada di ben 2 Km! Era la prima-vera del 1946 e prima di diventare morosi ufficialmente passarono alcuni mesi. Poi una sera mi presentai in casa di Maria per chiedere ai genitori se erano contenti che frequentassi la loro figlia. C’era anche suo padre ma la richiesta la feci ad Ermelinda, la madre. “Si, si, va bene” – mi disse, così diventammo “filarini”.
Adesso non usa più fare così, interviene Maria, però allora bisognava “infarinarle” queste cose; nella mia famiglia l’usanza era questa e penso fosse così anche in tante altre famiglie.
Ci frequentammo per due anni – prosegue Guido - poi decidemmo di sposarci; fissammo la data per sabato 30 ottobre del 1948. Il venerdì prima di sposarci era una giornata bellissima, con un sole che picchiava forte; ma il sabato cominciò a piovere a dirotto e continuò tutta la giornata. I fratelli di Maria, per regalo di nozze, avevano noleggiato una bella macchina da uno di Cento ma lui, quella mattina, si presentò con una giardinetta, quelle finite in legno, perché non era riuscito a far partire l’auto scelta. Ci sposammo alle 9 nella chiesa di Decima e la Messa fu celebrata da don Ivaldo Cassoli; io avevo un bel vestito doppio petto blu, la camicia bianca e la cravatta “intonata”, mentre Maria aveva una veste blu e un soprabito (spulvrén) grigio: mode-stamente eravamo una bella coppia! Finita la Messa ci recammo a casa di Maria per il pranzo: noi in macchina e gli invitati, in bicicletta, sotto la pioggia. Eravamo in un bel gruppetto, una quarantina; gli invitati erano i parenti stretti, più i due testimoni, nostri amici. La tavola era stata apparecchiata nella loggia ed il pranzo, preparato da una nostra zia cuoca, fu “alla grande” con tortellini, lasagne, galline e faraone “impanate” e diverse qualità di dolci. Quando furono le cinque del pomeriggio dovevamo andare a casa mia perché a quei tempi si facevano due pranzi: prima uno a casa della sposa e l’altro a casa dallo sposo. Pioveva che Dio la mandava; le strade di campagna erano “inzuppate” d’acqua, ma comunque decidemmo di partire ugualmente. A 500 metri da casa mia l’automobile si impantanò, allora un figlio dei Bergonzoni (Baréla), che si era prestato per “governare”, in mia assenza, le nostre mucche, prese una coppia di buoi dalla stalla e trainò la nostra automobile fin davanti a casa. Quando tutti gli invitati furono arrivati ci mettemmo nuovamente a tavola e mangiammo nuovamente tortellini, capponi, faraone… ogni ben di Dio! Mi rendo conto, ora, che fare due pranzi, nel giro di poche ore, era una gran baggianata, ma a quei tempi usava così e andava anche bene perché la fame era tanta e la gente mangiava fino ad ingozzarsi… quasi volesse fare la scorta per i giorni seguenti! Rimanemmo a tavola fino a mezzanotte, ma alcuni invitati andarono a casa molto più tardi con la scusa che era brutto tempo e che le strade erano impraticabili; addirittura qualcuno rimase fino la mattina della domenica.
Quando potemmo andammo in camera… una bella stanza che facemmo fare da un falegname di San Giovanni: c’era un bel letto, l’armadio, i comodini e il lavabo, in ferro, con il catino e la brocca per l’acqua… e l’orinale da mettere sotto al letto. La camera era talmente grande che ci stava anche la bicicletta di mia moglie. I regali per il matrimonio erano sciocchezze: una scatola di fazzoletti, un servizio da liquore, un sopramobile in gesso, un ferro da stiro elettrico che per il momento non serviva perché non avevamo la luce elettrica; per vederci avevamo, in cucina, la lumiera a petrolio e per andare a letto usavamo le candele o le lampade, sempre a petrolio. Per riscaldare la cucina c’era un grande camino che utilizzavamo anche per far da mangiare. Mi ricordo che avevamo anche una radio a galena, con le cuffie, che la nonna usava per ascoltare le commedie e la Messa domenicale.
Dopo il matrimonio – interviene Maria – siamo andati ad abitare in famiglia, da lui; con me eravamo in 12. Se devo essere sincera mi sono trovata bene, non ci sono stati dei problemi anche perché ho sempre evitato le discussioni. A volte se dicevo, ad esempio, a Guido “Mi è sembrato che mi abbiano guardato male…”, lui mi rispondeva: “Non devi farci caso…” e così siamo andati avanti senza bisticciare! Il capo famiglia, suo padre, faceva gli interessi e tutti gli altri si adeguavano e, debbo dire, che le cose sono sempre andate bene.
Siamo stati nella tenuta Fontana per 50 anni – continua Guido – “sotto a Bonfiglio di Canossa”; nel 1972 il padrone ci chiese di abbandonare il podere a fronte di una buonuscita. Accettammo anche perché le condizioni erano buone: per un anno ci lasciò l’intero raccolto e tutte le mucche che c’erano nella stalla. Con i risparmi e il ricavato dalla buonuscita ci facemmo una casa che poi vendemmo per costruire questa, dove siamo ora, assieme alle nostre due figlie.
Subito dopo la guerra, quando sono ritornato dalla prigionia, a Decima c’era una gran miseria, molte famiglie, specialmente quelle che abitavano “di là del canale”, non avevano né da mangiare e neanche un pezzo di legno da mettere nel camino. Una notte dell’inverno del 1946 ci rubarono i pali di legno che sostenevano i bersò delle viti. Era una vita tribolata, allora, noi non “legavamo i cani con la salsiccia”, però non abbiamo mai patito la fame.
Un giorno dopo l’altro siamo arrivati qui, con qualche acciacco ma in salute e ci vogliamo ancora bene. 60 anni di matrimonio, sembra ieri… ma non è vero!