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LA VETRINA DI NONNA MARCELLA
a cura di Andrea Veronesi


Vetrina Nonna MarcellaLA FAMIGLIA DI LEANDRO
Più di un secolo è trascorso da quando, a San Vitale di Calderara di Reno, nacque nel 1898 colei che il destino mi assegnò come nonna. Quinta di sei figli di una coppia di contadini a mezzadria discendenti della numerosa stirpe dei Marchesini, venne battezzata Marcella all’oratorio di Santa Maria delle Grazie al Pradazzo.
Leandro ed Enrichetta allevavano quei figli in ossequio delle regole di allora: con tanto amore ma anche con tanta severità. Venivano contraccambiati con affetto e doveroso rispetto soprattutto nei confronti di un papà che per essere ubbidito non doveva certo parlare più di una volta. Un papà che rispecchiava perfettamente il ruolo patriarcale di quei tempi e che dedicava tutto se stesso al sostentamento di una numerosa famiglia versando sudore nei campi dall’alba al tramonto. Gli stessi bambini si rivolgevano al padre utilizzando il Voi: un pronome plurale rivolto ad una singola persona a dimostrazione di una riverenza assoluta! Quella sorta di timore reverenziale, col quale crescevano i figli nei confronti del padre, veniva stemperato dalla dolcezza di una madre sempre pronta a nascondere le marachelle dei bambini agli occhi del marito.
Era impensabile che in quei tempi vi fossero soldi per acquistare quei rari giocattoli che solo i figli dei ricchi potevano permettersi ed allora la fantasia e la volontà erano i segreti che racchiudeva in sé mamma Enrichetta. Con paglia e stracci, allorchè il marito esausto si coricava, confezionava bambole di pezza per le bambine e palloni per i maschietti.
Quei pochi soldi guadagnati dalla famiglia dovevano essere ben spesi, ovviamente da Leandro, che si concedeva solamente la Domenica il piacere di fumarsi un toscanello.

L’ACQUISTO DI UN TOSCANELLO
Una mattina di settembre venne affidato a Marcella un soldo per l’acquisto di un toscanello che ella si mise in tasca e mentre correva verso la bottega era consapevole dell’importanza del compito che le era stato affidato. Era la prima volta che aveva l’opportunità di avere un soldo in tasca, ma nonostante qualche tentazione subito allontanata entrò in tabaccheria. Appena entrata si accorse di avere perduto quella preziosa moneta ed un pianto di disperazione colse la bambina che a stento riuscì a spiegare al negoziante la sua disavventura. Questi mosso a compassione le consegnò ugualmente un toscanello rincuorandola. Durante il ritorno Marcella si ricordò di aver saltato una grande pozzanghera e forse in quel momento la moneta era uscita dalla tasca. Giunta sul luogo osservò attentamente l’a-cqua resa fangosa dal passaggio di una carrozza, ma grazie al riverbero dei raggi solari riuscì a scorgere un riflesso metallico. Smise di piangere e raccolta la moneta corse a perdifiato a consegnarla al negoziante che incredulo volle premiare l’onestà di quella bambina: da un vaso di vetro estrasse due caramelle avvolte in carta stagnola. Erano proprio quelle che Marcella vedeva luccicare, in alto sullo scaffale, e che la tentazione avrebbe voluto indurla in errore ma ora erano ugualmente nelle sue mani! Incredula ringraziò ed incamminandosi verso casa pensava di dividere il suo tesoro con la sorella, ma temendo un rimprovero dai genitori si mangiò entrambe le caramelle e non raccontò in famiglia l’episodio che rimase un segreto per tanto tempo.

GIOCHI, SCUOLA E LAVORO
Appena grandicelli i bambini riuscivano ad inventarsi i giochi a seconda delle varie circostanze e delle stagioni che si susseguivano, ma dovevano alternarli con i piccoli lavori che già venivano loro assegnati. La primavera induceva Marcella alla ricerca dei nidi degli uccelli, senza però dimenticare la raccolta delle foglie dell’albero del gelso utilizzate per l’allevamento dei bachi da seta che ogni famiglia affidava ai giovani con prospettive di piccoli guadagni. Il ricavato della vendita dei bozzoli da seta, relativo all’anno 1908, venne utilizzato per il saldo delle prime scarpe di Marcella che in quei tempi venivano costruite su misura da calzolai ambulanti che si trasferivano di casa in casa ad offrire il loro lavoro. Così all’età di dieci anni, nel giorno di Pasqua, la piccola poteva finalmente partecipare a quella sorta di rito propiziatorio consistente nello sfoggiare un nuovo indumento alla messa pasquale.
L’estate era il periodo dedicato principalmente al gioco del nascondino in quanto fra i campi si allineavano covoni di grano o di canapa che ben si apprestavano allo scopo, ma il gioco doveva subire intervalli ben precisi scanditi dai richiami della mamma rivolti all’esigenza di portare fresche bevande agli uomini impegnati nelle fatiche dei campi.
Quando l’afa era veramente insopportabile i bambini erano tentati di seguire l’esempio dei fratelli più grandi che utilizzavano i maceri come piscine, ma la mamma, ben consapevole del pericolo, vigilava attentamente in quanto due cuginette annegarono portando sconforto in tutta la grande famiglia. In autunno, a soli 7 anni, Marcella oltre la scuola aveva il compito di nutrire i maiali e poco tempo da dedicare allo svago. Le riusciva difficile imparare l’aritmetica e poco era il tempo che poteva dedicare allo studio, quando improvvisamente escogitò un pratico allenamento al calcolo: sommava o moltiplicava il numero dei maiali durante il loro pascolo e così, quasi per gioco, imparò somme e sottrazioni. L’inverno, unitamente alla mancanza del lavoro nei campi e grazie alle copiose nevicate, diveniva il periodo più propizio per i giochi trasformando la campagna in una sorta di Luna Park. Marcella amava farsi trainare dal giogo dei buoi che papà Leandro corredava di una rudimentale slitta. Fossi e maceri erano trasformati dal gelo in campi di pattinaggio e la neve cadeva così frequentemente che le strade si trasformavano in piccoli sentieri che i bambini percorrevano rimanendo ben al di sotto del livello del manto nevoso!
Mamma Enrichetta era solita riempire una tazza di neve e versarvi un cucchiaio di vino rosso per la gioia di tutti i bambini che potevano così illudersi di gustare un gelato fuori stagione! Babbo Natale non esisteva ancora ma quella festività era anche allora molto sentita e la tradizione voleva che l’albero natalizio fosse addobbato con mandarini ed arachidi che entravano in quella casa solamente in quella occasione.

LA VITA A VILLA FONTANA
Arrivò un giorno triste per la famiglia in quanto il podere lavorato venne ceduto dal proprietario ed iniziò così un lungo calvario alla ricerca di un nuovo podere. Venne trovato solamente a San Matteo della Decima ed a malincuore tutti gli averi vennero caricati su di un carro trainato dai buoi. In cima a tutte le masserizie, sopra ad una vetrina, era sistemata Marcella. Partirono di buon mattino per giungere a destinazione solamente al calar del sole e per tutto il viaggio la piccola versò copiose lacrime di addio. La nuova casa sorgeva sulla tenuta di Villa Fontana ed era ampia ma fredda in quanto sprovvista di vetri alle finestre. Marcella per riscaldarsi era solita occupare un angolo del camino chiamato “il cantone degli stecchi “ che i bambini stessi provvedevano a reperire per accendere il fuoco. Quel posto tanto ambito era il preferito anche dal gatto di casa che stentava ad abbandonarlo nonostante offerte di cibo, perciò per impedirgli di entrare in casa vennero tappezzate le finestre con fogli di carta che venivano tolti per far luce all’arrivo della prima-vera. Il tempo trascorreva ed i bambini, ormai giovani virgulti, erano di buon aiuto in casa e nei campi ma cercavano di sfruttare ogni occasione per evadere momentaneamente dalle fatiche degli obblighi quotidiani. Recarsi a Messa la domenica offriva l’opportunità di mettersi in mostra alle ragazze e recarsi le sere nelle stalle al tepore delle mucche permet-teva ai ragazzi di incontrare le ragazze che filavano o ricamavano.

LA GRANDE GUERRA
Capitò da quelle parti un giovane di bell’ aspetto proveniente da Pieve di Cento di nome Gioacchino, della famiglia Govoni, ed a Marcella non passò inosservato. Egli aveva ben undici anni in più di lei ma anche allora al cuore non si comandava e nacque un amore che rimase platonico per tanto tempo. Arrivò la grande guerra e gli uomini abili lasciarono famiglie ed affetti e Marcella vide partire i fratelli unitamente al suo Gioacchino. Come tutte le donne anche lei sostituì nei campi gli uomini richiamati alle armi ma ciò non era sufficiente al bisogno di braccia occorrente in quel podere ed il proprietario intimò loro l’abbandono di casa e terreno. Si trasferirono in una piccola casa fatiscente in attesa che gli uomini al fronte rientrassero in patria. Nessuna notizia giunse in paese relativa alle loro sorti, soprattutto di colui che stava più a cuore a Marcella. Morto o disperso erano le alternative, ma in cuor suo la fiamma era sempre accesa.

MATRIMONIO E VIAGGIO DI NOZZE
Gioacchino tornò sano e salvo e soprattutto non perse tempo per chiedere la mano della sua amata, fissando tempi e modalità del matrimonio. La gioia di quei giorni venne però sconvolta dalla notizia della scomparsa di un fratello di Marcella e quindi la data prescelta dovette subire un rinvio di alcuni mesi. Siccome occorreva far bastare i pochi soldi disponibili nessun invito venne inviato per posta, bensì vennero consegnati manualmente grazie al fatto che Gioacchino possedeva una bicicletta.
L’abito della sposa venne confezionato da una sua sorella e le scarpe prese in prestito unitamente ad una borsetta. Anche il pranzo doveva corrispondere ad esigenze economiche, quindi venne organizzato nell’ambito della famiglia della sposa rispettando la tradizione. In paese non esisteva ancora nessuno che potesse fare le rituali fotografie dell’avvenimento e siccome che la chiamata di un fotografo da Bologna avrebbe richiesto un notevole impegno economico la cerimonia rimase solo nel ricordo dei pochi invitati. Tutto il denaro disponibile venne destinato al viaggio di nozze e in quella occasione Marcella vide per la prima volta in vita sua Bologna! Al rientro in paese la curiosità di parenti ed amici venne soddisfatta dalle descrizioni del panorama osservato dalla cima della torre Asinelli, dal viaggio in carrozza a cavalli nel cuore della città e dal lungo porticato che conduce alla basilica di S.Luca. Oggi si può anche sorridere pensando alla destinazione prescelta, ma nel 1919 pochi erano coloro che potevano permettersi un simile lusso….

L’ARRIVO DEI FIGLI
Gioacchino si dimostrò subito un uomo intraprendente negli affari ed allestì un negozio di riparazione e vendita di biciclette nel centro di San Matteo della Decima. La sua intenzione era l’a-cquisto di tutta la palazzina che ospitava l’attività e consapevole del grande sforzo economico richiesto lavorava duramente per realizzare il suo sogno. Si recava persino a Milano con l’ausilio di un trenino a vapore che in paese avevano soprannominato Mariannina. Divenne commerciante di successo portando dal capoluogo lombardo la prima motocicletta che, surriscaldata per la lunghezza del viaggio, si incendiò lungo il percorso senza che Gioacchino potesse rendersene conto. Solamente dai segnali dei contadini nei campi avvertì il pericolo e fermò il mezzo mettendosi in salvo.
Ebbero tre figli per i quali avvennero le prime di-spute coniugali sull’idoneità del nome di battesimo. Gioacchino scelse nomi così originali che gli impie-gati dell’anagrafe si guardarono allibiti, ma siccome il parroco aveva già avallato la scelta vennero regolarmente inscritti. Calisvar era il nome dato al ma-schio che deriva dal dialetto “calisveri“ traducibile come calibro, strumento di misura che Gioacchino utilizzava abitualmente nel suo lavoro. Scelse Demì per una figlia traendolo dalla lingua francese che tradotto significa “metà”. Il nome di Fedora venne scelto da Marcella dopo aver assistito ad un’opera teatrale. Venne il tanto atteso momento dell’acquisto di quella bella palazzina e nonostante i debiti la famiglia cresceva felice: Marcella e Gioacchino erano orgogliosi di assicurare un futuro ricco di prospettive per i propri figli.

LE AVVERSITA’ DEL DESTINO
Era tutto troppo bello per essere vero e tragicamente l’incantesimo si spezzò a causa di un inguaribile malattia al cervello che sottrasse padre e marito alla famiglia. Marcella, alla giovane età di trentatrè anni, si ritrovava con tre bambini da crescere ed un’attività che non poteva prescindere dalle capa-cità del marito scomparso. La disperazione stava per avere il sopravvento quando, dopo aver assunto un dipendente, Marcella si rese conto di venire subdolamente derubata da quell’individuo. I debiti erano costantemente superiori ai guadagni e quindi anche la proprietà dell’abitazione era in pericolo e l’angoscia relativa al futuro dei figli non permetteva un attimo di tranquillità.
Anche i genitori di Marcella erano venuti a mancare ed i fratelli, ancora contadini, producevano il minimo sufficiente al sostentamento delle loro famiglie. Solamente una grande forza d’animo poteva permetterle di non piegarsi alle avversità del destino e forte unicamente della propria volontà cercò ovunque soluzioni da anteporre alla dura realtà.
In paese le veniva offerta l’unica possibilità di prestare la propria opera come bracciante agricola ad ore, ma ciò non le poteva garantire nemmeno le risorse per sfamare i propri figli. Il mattino che seguì una delle tanti notti insonni la vide rivolgersi al parroco nella speranza di trovare un aiuto concreto. Questi seppe solamente consigliarle di affidare i figli ad un collegio nella certezza che almeno il loro sostentamento fosse garantito. Bastarono quelle parole per scatenare una reazione di orgoglio immediata quanto ardita: partì il giorno stesso per Bologna alla ricerca di una casa e di un lavoro avendo già in mente l’abbandono del paese e della propria casa. Un taglio netto con i trascorsi felici ed un presente drammatico forse sarebbe servito a farle spe-rare un futuro migliore. Un notaio le consigliò di vendere la propria abitazione e vincolare il denaro ricavato al raggiungimento della maggiore età di ogni figlio suddividendolo in parti uguali. Raggiunse così il duplice obiettivo di risultare nullatenente per i creditori ma di aver garantito una futura rendita ai figli.

LA VITA IN CITTA’
Fu nuovamente un carro, stavolta trainato da un cavallo, che compì il viaggio a ritroso rispetto al precedente e come nel precedente Marcella pianse ininterrottamente ma sommessamente: in questa circostanza non era più libera di piangere come in passato ma aveva il dovere morale di consolare i suoi tre fanciulli anche loro, come allora la mamma bambina, appollaiati lassù sulla vetrina. Non restava materialmente nulla in paese, nemmeno una tomba per ricordare l’amato marito finito in una fossa comune per mancanza del denaro necessario all’acquisto di un degno sepolcro. Tanti invece i ricordi ma un unico pensiero la legava all’esile filo della vita che doveva continuare a svolgersi: i suoi figli non sarebbero mai entrati in un collegio per nessun motivo al mondo! Il primo impatto con la città fu traumatico soprattutto per Marcella che non poteva contare sull’aiuto di nessuno perché nessuno conosceva. Si recava in bicicletta al lavoro presso una fornace di laterizi con la preoccupazione di lasciare soli a casa i figli ancora bambini in quanto gli asili erano ancora lontani da venire. Ad ogni rientro si aspettava di trovare qualche piccolo disastro a cui dover porre rimedio: cosa che puntualmente avveniva. Demì trovò una bottiglia di dolce liquore Sassolino e si ubriacò, Calisvar strappò i nuovi pantaloni alla zuava che doveva usare solo nei giorni di festa, Fedora bruciò involontariamente il mastello facendo il bucato. Questi figli dovevano crescere in fretta per farsi carico, dopo la scuola, degli impegni quotidiani re lativi alle esigenze famigliari e permettere a Marcella di avere minori preoccupazioni. Ella, oltre il normale lavoro, era alla continua ricerca di ulte-riori possibilità di guadagno perché il denaro non era mai sufficiente e così la sera o giorni di festa lavava e stirava i panni di famiglie abbienti facendosi aiutare dalle figlie ancora bambine. Al figlio maschio veniva affidato il compito di recapitare o ritirare a domicilio la biancheria da sistemare. I tragitti più lunghi venivano percorsi con l’ausilio della bicicletta di Marcella, la quale ogni volta si raccomandava di prestare attenzione a quel bene così prezioso quanto utile. Durante lo svolgimento di questa attività si verificò il furto dell’unico bene posseduto dalla famiglia, quindi per mesi e mesi ogni spostamento di Marcella doveva avvenire a piedi in quanto il costo di quel mezzo poteva considerarsi l’equivalente di quattro mesi di stipendio! La fatica era tanta ma ora, dopo essersi conquistata la certezza di non vedere allontanarsi i propri figli, desiderava che il loro futuro non appartenesse agli stenti della vita contadina. La città offriva la possibilità di imparare un mestiere ed i figli ben presto, nel tempo lasciato libero dalla scuola, si prestavano a compiere i primi passi nel mondo del lavoro. Marcella attendeva pazientemente che ogni figlio terminasse le scuole elementari per avviarlo ad un lavoro che garantisse nuovi redditi alla famiglia. Di aspetto attraente perché alta e slanciata, lunghi capelli corvini attorcigliati a treccia e raccolti sulla nuca, grandi occhi neri, non passava inosservata agli uomini che spesso doveva respingere anche se consapevole che un nuovo marito sarebbe stato di grande aiuto per sé e per i propri figli. Nonostante gli impegni e le preoccupazioni non passava giorno che il suo sguardo non volgesse al cielo, in ricordo del marito repentinamente scomparso e contemporaneamente rinnovava l’atto di fede verso colui che resterà l’unico amore della sua vita. Conservava gelosamente all’interno della sua vetrina l’unica fotografia di Gioacchino e spesso, lontano dagli sguardi dei figli, accarezzava con gli occhi umidi le sembianze del marito.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Finalmente venne l’atteso momento in cui i figli, nel volgere di pochi anni, trovarono lavoro in fabbriche della città e le sofferenze economiche subite lasciavano spazio alle certezze ed allontanavano i timori vissuti. Quando tutto sembrava volgere nel verso giusto la seconda guerra mondiale riportò la famiglia in condizioni precarie perché il figlio partì per il fronte e molte fabbriche chiusero i battenti. Nuovi pensieri e nuove preoccupazioni legate al sostentamento quotidiano non trovarono varchi nell’animo di chi ormai era abituato a lottare contro le avversità della vita. Per sfuggire ai frequenti bombardamenti cittadini Marcella decise di trasferirsi temporaneamente a Longara insieme alle figlie lasciando a malincuore ogni avere che non poteva essere trasportato in bicicletta. In quella casa di Borgo Panigale, esattamente case Cuccolini dal nome del proprietario, era rimasto tutto ciò che la famiglia possedeva compresa una bella vetrina in ciliegio mirabilmente intagliata ricevuta in dote da Marcella. Era l’arredo di maggior pregio e contemporaneamente rappresentava e custodiva i ricordi di un’intera vita. A turno le ragazze percorrevano in bicicletta la strada che da Longara porta a Borgo Panigale nell’intento di controllare che ladri o malintenzionati non arrecassero danni. Al loro rientro tranquillizzavano la madre preoccupata soprattutto di sapere intatta la sua vetrina.
Anche l’ansia per il figlio lontano e le poche notizie che riceveva mettevano a dura prova il cuore di una madre che in ogni militare che transitava in paese identificava la sofferenza del suo Calisvar e sovente li accoglieva nella propria abitazione lavando e stirando le divise infestate dai pidocchi con la speranza che un’altra madre avesse le stesse sue attenzioni. Come ringraziamento alcuni donavano qualche oggetto che si sostituiva al denaro non posseduto ma solitamente veniva rifiutato dalla famiglia. Solamente l’ostinazione di un giovane soldato tedesco vinse i rifiuti di Marcella che accettò un coltello prima di vederlo ripartire per un destino sconosciuto. Quel coltello, riposto in un cassetto della vetrina, rimase per tanto tempo nel corredo della cucina come testimone di valori di umanità che la guerra non era riuscita a cancellare.

I RACCONTI DELLA NONNA
Finalmente la guerra ebbe termine, tutta la famiglia si ritrovò unita nella vecchia casa e la vita ritornò lentamente alla normalità: ognuno riprese le proprie attività e i giovani ristabilirono le vecchie amicizie. Nel breve volgere di qualche anno ogni figlio convolò a giuste nozze e Marcella si ritrovò sola ma consapevole di avere realizzato tutto ciò che desiderava per i propri figli. Continuò per qualche anno a vivere sola sino a quando fu in grado di recarsi la lavoro, garantendosi un reddito che potesse coprire le spese di vitto e alloggio. L’orgoglio dell’autosufficienza continuava ad imporle ritmi ormai insostenibili per un’età che progrediva inesorabile. Suo malgrado fu costretta ad accettare l’offerta di alloggio venuta dalla figlia Fedora che le propose di condividere una camera con il primo nipote maschio di nome Andrea. Io, Andrea, avevo solamente otto anni ed al ritorno dalla scuola trovai la mia stanza completamente trasformata. Riconobbi immediatamente la vetrina della nonna che stava proprio di fronte al mio letto e pensai che non poteva esservi miglior regalo in quanto all’interno di quel mobile trovavo sempre dolci o caramelle. Non pensavo assolutamente che la mia cara nonna sarebbe diventata la mia compagna di stanza e solo quando la vidi arrivare insieme a tutti i suoi vestiti le gettai le braccia al collo felice di poterla ospitare. Ancora incredulo attendevo la sera per avere la certezza della sua permanenza e, contrariamente al solito, ero impaziente che l’atteso momento di andare a letto arrivasse. I nostri letti erano affiancati ed io, da sotto le coperte, osservavo la nonna felice di avere la conferma che mi avrebbe fatto compagnia per tanto tempo. Iniziò così un fitto dialogo tra un bambino curioso ed una nonna che, sera dopo sera, sembrava orgogliosa di dettarmi il diario della sua vita tanto incredibile da affascinarmi. Una sera intera venne dedicata alla storia della ve-trina e l’enfasi del racconto sembrava la elevasse allo stesso ruolo di un famigliare in carne ed ossa trasformandone il bel legno rosato in rosea epidermide. Il mio desiderio di scoprire ogni segreto venne esaudito dall’unica certezza che faceva risalire l’acquisto ai miei bisnonni e che spettò in eredità a Marcella, però compresi che per mia nonna rappresentava il più importante legame tra sé e il proprio passato.
Chiedendole di raccontarmi episodi curiosi si rammentò che sul piano centrale mio nonno Gioacchino era solito preparare il presepe e che nel lontano 1927 era l’unica famiglia del paese che rappresentava la natività nell’ambito della propria abitazione ma le preziose statuine in terracotta andarono irrimediabilmente perse.
I racconti si susseguivano precedendo il nostro sonno e spesso il mattino seguente, seduto sul manubrio della bicicletta della nonna che mi accompagnava a scuola, pretendevo di conoscere l’esito di una storia interrotta per sopraggiunti limiti di orario nonostante ella si rendeva spesso mia complice abbassando il tono della voce per impedire che il brusio delle parole giungesse ai miei genitori. Mi affezionavo sempre di più a quella nonna che mi raccontava episodi appartenuti al mondo della realtà quasi come fossero favole anche se non sempre a lieto fine.
Alcuni ricordi facevano commuovere la nonna, soprattutto quello relativo ad un episodio occorso alla sorella Adelmina claudicante sin dalla nascita e che camminava solamente grazie all’ausilio delle stampelle. Non potendo ella essere d’aiuto né in casa e tantomeno nei campi imparò sin da giovinetta il mestiere di sarta così tagliava e cuciva sino a notte fonda. Nel silenzio della notte si poteva udire il brusio di una continua preghiera, a testimoniare la pratica di un’assidua fede religiosa che più volte la settimana la vedeva percorrere stentatamente il percorso che la portava a raggiungere l’oratorio di Santa Maria delle Grazie distante alcuni chilometri da casa. Un pomeriggio Marcella vide tornare la sorella che camminava priva di qualsiasi ausilio ed immediatamente famiglia e paese gridarono al miracolo. La fede permise ad Adelmina di abbandonare le stampelle che a lungo vennero conservate in chiesa come ex voto per Grazia ricevuta.

L’ALBERO DI NATALE
Sei anni durarono i nostri dialoghi per terminare allorchè ella divenne consapevole che ormai non ero più un bambino ed il suo vigile ruolo doveva lasciare spazio alle esigenze della mia pubertà. Nonostante le mie suppliche la nonna si trasferì in un piccolo appartamento a poche decine di metri dalla mia abitazione cosicchè spesso potevo recarmi a renderle visita autonomamente. Sistemata nella cucina la vetrina sovrastava in tutto il suo splendore ed essendo proprio a fronte dell’entrata principale appariva immediatamente a tutti coloro che entravano. Per questo, a più riprese, un amico di famiglia, restauratore di mobili, offriva cifre sempre più consistenti per impadronirsene. Nonna ed io sorridevamo consapevoli che nessuno avrebbe potuto appropriarsene e quasi increduli dalla consistenza delle offerte fantasticavamo sul possibile impiego del denaro. Avremmo certamente potuto trascorrere insieme una breve vacanza al mare soddisfacendo così la curiosità della nonna per un luogo che io mi sforzavo di descriverle in quanto lei non lo aveva mai visto!
Sovente portavo regali a testimonianza del mio grande affetto e ricordo la sua felicità quando, la vigilia di un nevoso Natale, preparai l’albero con le prime luci ad intermittenza. Era il primo albero di Natale che entrava in quella casa ed io potevo leggere le felicità negli occhi della nonna così come la si può intravedere in quelli di ogni bambino. Era allestito proprio vicino alla finestra cosicchè chiunque passando poteva scorgere i colori delle luci e siccome la nonna era solita sedervisi accanto, quando passavo senza fermarmi, scorgevo la sagoma del volto ravvivata da quelle fiammelle.

UN VIAGGIO AL MARE
Le vacanze scolastiche mi permettevano di avere il permesso di trascorrere anche la notte insieme alla nonna e potevano così riprendere quei racconti che tanto desideravo ascoltare, nonostante avessi potuto sostituirli con i programmi del nuovo televisore. Tra un racconto e l’altro il tempo correva ed io, ormai nella giusta età, non trascuravo affatto le mie coetanee alle quali non mancavo di raccontare quale legame d’affetto esisteva con la mia amatissima nonna.
Le mie visite spesso avvenivano in compagnia delle fidanzatine che mi sceglievo e che venivano sempre ben accolte. Poco a poco i ruoli si invertirono ed ero io che confidavo alla nonna le mie storie con la certezza di trovare complicità e consigli. Uno su tutti sentivo ripetermi, cioè un arguto proverbio attinto dalla saggezza contadina: “chi va al mulino si infarina“ . Io, col sorriso sulle labbra ma consapevole del significato allusivo, la tranquillizzavo ricordandole che i mulini ormai erano in via di estinzione …. Nessuno nella mia famiglia era proprietario di un’automobile ed io fui il primo ad avere una piccola Fiat 500 con la quale davo sfogo a tutta la mia voglia di evasione e come potevo non condividere quella passione con la nonna?
Progettavo in gran segreto, studiando costi e percorso, quello che allora poteva definirsi un grande viaggio ed anche una sorpresa. Un’assolata domenica di Giugno mi presentai a casa dalla nonna e la convinsi a salire sull’auto proponendole un breve giretto nei dintorni nascondendole la vera meta. Raccontavo bugie per tenere nascosta la vera identità di quel viaggio e grande fu lo stupore della nonna quando si presentò dinnanzi a noi la grande distesa del mare Adriatico. La nonna incredula mi ringraziò quasi commossa per quell’inatteso regalo: per la prima volta in vita sua aveva visto il mare!

UNA VISITA A VILLA FONTANA
Avevo anche il pensiero costantemente rivolto ai luoghi che tante volte avevo sentito descrivere nei racconti della nonna e di comune accordo, insieme a mia madre Fedora, partimmo alla volta di San Matteo della Decima. Giunti sul luogo subito apparve evidente agli occhi di chi vi era vissuto che il tempo aveva trasformato completamente case e terreni. L’antica villa Fontana, allora dimora dell’alta ari-stocrazia, era un rudere abbandonato mentre seppur disabitata era ancora intatta la casa colonica abitata dalla famiglia Marchesini. Unitamente alla stalla ed al pozzo resisteva un piccolo forno dove la nonna si levava di buon mattino per cuocere il pane. Quanti ricordi pervasero la mente delle due donne e quale sorpresa per me ritrovarmi al centro di una realtà rimasta virtuale per anni e vederla materializzarsi davanti ai miei occhi! Ad un paio di chilometri, nel centro del paese, vi era la palazzina abitata da Marcella e Gioacchino e il desiderio di mia madre di rivedere la sua casa venne condizionato dal diniego di Marcella forse già satura di intense emozioni. Il viaggio di ritorno fu quasi silenzioso per mia nonna ed io riuscii ad intuire quale difficile esercizio di equilibrio si era sviluppato nella sua mente impegnata a correre sul filo dei ricordi: i luoghi della sua gioventù erano ricordi graditi, mentre il luogo della sua sofferenza doveva essere cancellato completamente.

UN SOGNO REALIZZATO
Attorno a mia nonna ruotava un mondo di tante amicizie che avevano il fulcro nel piccolo parco del quartiere. Il luogo offriva nuove conoscenze e favoriva dialoghi riguardanti gli argomenti più disparati. La casuale conoscenza di una coetanea di nome Amabile, che affittava camere a studenti e a lavoratori, si trasformò in breve tempo in amicizia che permise ad entrambe di confidarsi attese e prospettive immediate e future. Nonna Marcella raccontava il suo affetto per il proprio nipote Andrea ed il desiderio di non morire senza vederlo sposato ad una brava ragazza. Amabile non aveva nipoti, ma era affezionata a Marilena: una ragazza ferrarese che ospitava in affitto e della quale esaltava pregi e virtù. Giorno dopo giorno le due amiche, scambiandosi informazioni, maturavano la convinzione che sarebbe stato bello che quei ragazzi potessero incontrarsi. Intanto quei ragazzi, ignari di avere in comune quelle anziane signore, già si erano conosciuti sullo stesso luogo di lavoro che frequentavano: Ducati elettrotecnica s.p.a. Amabile si accorse che spesso Marilena era attesa sotto casa da un ragazzo alto, dagli occhi azzurri che tanto somigliava alla descrizione del nipote della sua amica e per di più aveva anche la stessa auto. I pomeriggi delle nonne al parco si trasformarono così in scambi di informazioni tendenti ad appurare la realtà che sembrava concretizzare le loro speranze. Siccome la mia nuova relazione era ancora indecisa non avevo ancora parlato di Marilena a mia nonna, ma parole allusive e strane domande mi facevano riflettere. Come poteva mia nonna essere a conoscenza di una delle poche cose che le avevo tenuto nascosto? Forse per la difficoltà a contenere la sua soddisfazione mia nonna uscì allo scoperto raccontandomi come casualmente era venuta a conoscenza della realtà in cui sperava. Casualità del destino o trasformazione di una occulta volontà? Ancora oggi, dopo aver felicemente sposato quella ragazza, penso che a volte vi sono domande alle quali è bello non dover rispondere! Ricordo ancora la grande gioia della nonna nel ve-dermi realizzato come marito e come padre, e la felicità che leggevo nei suoi occhi ebbe fine solamente quando nel 1984, alla bella età di 86 anni, mi salutò per sempre.

LA VETRINA DELLA NONNA
Solamente la sua mancanza mi fece capire quanto fosse stata importante per me quella donna: non una semplice nonna da ricordare con affetto ma una compagna di giochi una complice, un mito. Poco prima di lasciarmi mi confidò che del poco che possedeva l’unica cosa che le stava veramente a cuore era la sua vetrina che mi lasciò come eredità morale e materiale.
Quel mobile però, allontanato da quella casa, male si adattava alle esigenze innovative figlie di quei tempi per cui raggiunsi il compromesso di non privarmene, ma di accantonarlo in cantina. Per tanti anni rimase impolverato ma mai dimenticato, venerato nel mio intimo come il più importante legame materiale con la mia amatissima nonna e le mie radici. Il lento scorrere del tempo trasformò sia le mode sia il mio interesse per le cose appartenute al passato. Iniziava ad emergere nel mio subconscio il significato dei valori contenuti nei racconti della nonna. Volevo assolutamente restaurare la mia vetrina, ma facendolo personalmente cioè senza affidarla a mani altrui. Mi affidai a testi specifici e soprattutto ai consigli di un bravo restauratore e così iniziai un paziente lavoro che si protrasse alcuni mesi. L’anno di nascita, o meglio di costruzione, si può ricondurre dalle testimonianze della nonna alla metà del XIX° secolo e lo stile neogotico, scarsamente utilizzato a Bologna, ne denuncia una provenienza lontana. Due ante in vetro opalino recano cadauna un giglio stilizzato dipinto a mano con tenui colori che sfumano dal bianco dei petali all’oro del pistillo. Il mio desiderio di scoprirne ogni segreto venne esaudito dallo smontaggio dei singoli componenti che portò alla luce testimonianze del passato non visibili senza un esame accurato. Nella fodera di un cassetto era presente la firma e l’indirizzo di mia nonna vergati a matita con bella calligrafia. Un piccolo bottone in madreperla, un ferro da calza arrugginito, una moneta da una lira, un frammento di fotografia, una forcina da capelli erano occultati negli interstizi e rappresentavano frammenti di vita vissuta. Venne alla luce anche il marchio dell’artigiano che realizzò il manufatto evidenziandone la provenienza: Lissone in Lombardia.
Si mischiavano così nella mia mente i sentimenti: nostalgia per le cose appartenute alla mia nonna ed entusiasmo nel portare a nuovo splendore quella vetrina. Il lungo lavoro era in continuazione accompagnato dal ricordo dei racconti ascoltati dalla nonna ed ogni mio gesto era accompagnato dagli episodi della sua vita al punto che sembrava persino che quel legno mi parlasse. L’approccio al montaggio finale avvenne molto lentamente, guidato da un’estasi riverente che partiva dalla mente sino ad arrivare al profondo del cuore. A lavoro ultimato occorreva decidere dove sistemare quel bel pezzo di antiquariato visto che la mia abitazione era arredata esclusivamente con mobili laccati e quindi molto moderni. Tutto l’arredamento venne sostituito per creare un ambiente in sintonia con quella vetrina che ora fa bella mostra di sé al centro della mia sala da pranzo. Come vorrei che la mia nonna potesse ammirare la nuova luce della vetrina finita a cera e soprattutto il nuovo ruolo chiamato a svolgere tra le pareti della mia casa! Comunque grazie a quella vetrina, seduto sul divano, posso volgere lo sguardo e rivivere in qualsiasi momento il ricordo della mia amatissima nonna. A volte, quando la notte porta il silenzio assoluto e tutti dormono, apro lentamente le ante e fuoriescono flebili suoni che solo io posso sentire…


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