www.marefosca.it | Aprile 2005
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I COLORI DELL'ACUQA
a cura di Matalia Grivas - Foto di Anna Rosati

Ringraziamo e volentieri pubblichiamo, di seguito, il bell’articolo sul viaggio in Kenia, fattoci pervenire da Natalia Cussini, corredato da alcune immagini di Anna Rosati, appartenenti alla mostra allestita al Centro Civico di Decima in occasione della Fiera 2003.

Oltre 5000 km di distanza da Bologna ci accoglie una notte buia, come di pece, aria tiepida che ricorda la nostra primavera, densa però di profumi speziati.
Arriviamo a Nairobi così, come catapultati da un altro pianeta, piombiamo in una terra che - ancora, incredibilmente, nonostante le sue tragiche guerre intestine e la sua povertà - conserva e trasmette un'energia potente, così tangibile da respirarla negli odori della sera, da percepirla nei suoni che arrivano al cuore.
Africa, gennaio 2003, siamo venuti per documentare un progetto del CEFA di Bologna - comitato europeo per la formazione e l'agricoltura - organizzazione non governativa che da trent'anni si occupa di portare fattivamente aiuti concreti nelle zone piu' ferite del nostro pianeta: Somalia, Bosnia, Guatemala, Tanzania, Kenia, Marocco, Eritrea.
In Kenia si occupa della costruzione di un acquedotto che possa servire una zona di 250 chilometri quadrati, portando acqua a circa 60.000 persone, il progetto interessa una vasta area da Kiirua, a nord di Nairobi più a est, fino a terre pre-desertiche.
Giornalista, cameraman, fotografa, ingegnere e responsabile delle relazioni esterne dell'Aimag di Modena, Beccari ed io, le facce un po' stravolte dal viaggio, ad annusare l'aria della notte africana. Davanti a noi cinque carrelli tracimano bagagli mentre aspettiamo le jeep dei volontari che ci prelevano all'aeroporto.
L'equatore sopra la testa come taglio, cicatrice virtuale del mondo, intangibile ma perentorio.
Nairobi e Kiirua: l'una sotto, l'altra appena sopra questa cesura invisibile, a quattro ore di macchina dalla capitale, sull'altipiano Kathita.
La mattina seguente l'unica strada asfaltata ci spinge a nord, a 2500 metri d'altezza. Intorno a noi, oltre i vetri rossastri di polvere, lo sguardo vaga lontano, quasi liberato.
Il nostro piccolo orizzonte europeo qui si frantuma, lasciando posto allo spazio piu' incredibile e appena increspato da basse sagome montuose.
Il monte Kenia, bellissimo, domina altero e innevato una regione che ci sorprende particolarmente verde per le piogge recenti.
A terra, nel solco nero della strada, improvvisi fioriscono crateri, buche appena visibili ma micidiali; volano le due jeep e atterrano fragorose, incrociando di tanto in tanto persone che trasportano i loro carichi a piedi, lungo i bordi della strada polverizzata, oltre l'asfalto, in una terra rossa che pare pulsare, vitale.
Sulla strada, del resto, corre la vita in queste terre; sulla strada queste genti vivono, producono commercio e scambio, tutti presi a inventarsi in ogni istante un quotidiano fatto di rinunce e fatiche e lotta fiera.
Mercati frenetici germinano lungo il nostro cammino, chiassosi e rutilanti di colori; grida e stoffe accese disposte a terra, in mezzo a mille altri oggetti ordinati, in bella mostra. Riusciamo ad acquistare qualche cosa, tra grappoli di persone che ci offrono frutti e ortaggi, circondandoci vocianti.
Anche Kiirua, dove arriviamo nella luce di un tramonto che precipita in pochi istanti nella notte, è adagiata lungo la strada. Alla sua destra il villaggio, piccole case di legno e terra rossa, una pompa di benzina che va a manovella, un mercato, banchetti di legno e frasche. A sinistra, in una macchia verde, circondata da piccoli orti irrigati, l'ospedale delle suore, i nostri alloggi e gli uffici del CEFA. Costruzioni basse, di mattoni bianchi, in mezzo ad una frescura quasi irreale dopo tanta polvere. Ad accoglierci festoso Toc, il cane che da anni vive in simbiosi con i due volontari e vigila attento i loro sonni.
Il giorno dopo andiamo agli scavi, la lunga trincea rossa indica il luogo in cui si stanno adagiando i nuovi condotti idrici.
Spesso incrociamo donne con grosse taniche d'acqua, le trasportano sulla schiena, ricurve. A passo inesorabile consumano distanze enormi, per ore. Sulle vesti piene di colori indossano, quasi leggiadre, il loro fardello pesante. Spuntano dalla vegetazione, da viottoli sterrati e sassosi, vanno al pozzo piu' vicino e ci sorridono, mentre passiamo.
Acqua portata in spalla, come oro; per mangiare, per lavarsi, per irrigare. Acqua che è ancora un miraggio per tanti, in un anno, proprio il 2003, che la comunità internazionale elegge "anno dell'acqua", nell'improcrastinabile esigenza di indirizzare risorse umane e tecnologiche per estendere il diritto primario all'utilizzo di questo bene prezioso a tutte le genti, soprattutto quelle che più dolorosamente ne vivono la privazione.Scorrono le giornate, in un incalzare di appuntamenti, di incontri.
Alla sera ci ritroviamo a preparare la cena nella cucina spaziosa; sopra di noi, come cesello, un cielo incredibile di stelle, con lo spicchio luminosissimo di luna che, all'equatore, appare rovesciato. Due giovani donne del luogo aiutano i volontari, sempre impegnati fuori, occupandosi delle faccende domestiche. Le troviamo al mattino che preparano pagnotte al rosmarino e mentre noi organizziamo il programma del giorno - caffè e biscotti troneggiano sul tavolo - si sente l'acciottolio delle stoviglie e il profumo del cibo in forno.
La sera della partenza Nairobi ci accerchia caotica e frastornata, le strade intasate da un traffico infernale; nella luce resa irreale da polvere e smog siamo costretti a fermarci per una gomma a terra che viene riparata sul ciglio della strada, a tempo di record.
La notte, la stessa che ci ha accolto otto giorni fa, ci inghiotte adesso muta, tra i rumori ovattati del decollo. Sbircio dal finestrino, tra le mani un piccolo libro di poeti africani; di uno - Joseph Tola, Camerun - mi colpiscono i versi il cui riverbero pare danzare nel buio: "avremo fame domani/fame di guarire il mondo/dalla sua trasudante miseria/fame di combattere il male/e i suoi molteplici complici. Avremo fame domani/fame di preparare il mondo/alla fastosa fortuna della Fraternità".


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