LA TOMBETTA
a cura di Mariano Michele
1943, un anno cruciale per l'Italia, segnato da due date di grande rilevanza: il 25 luglio e l'8 settembre. La guerra in atto, l'avvenire incerto e la preoccupazione di far quadrare il pranzo con la cena fecero passare inosservato, per la gente di Decima, un altro avvenimento che si sarebbe rivelato, col tempo, lungimirante: l'apertura della prima Casa Rifugio, con annesso oratorio, nella "Villa Tombetta" - località "Bagnetto", a San Matteo della Decima, su iniziativa di don Olinto Marella.
L'esperienza condotta a Decima da Padre Marella fu la premessa per l'apertura di un'altra Casa Rifugio, della fondazione delle "Città dei Ragazzi" e della realizzazione di diverse altre iniziative a favore dei più poveri, dei diseredati, degli orfani e dei bisognosi in genere.
L'opera svolta da don Olinto non ha bisogno di presentazione, però riteniamo che sia importante ricordare, in particolar modo ai più giovani, ciò che ha significato per noi decimini e per i "cìno dla Tumbèta" - così affettuosamente erano chiamati i ragazzi di Padre Marella - la presenza di questa benefica istituzione, attiva nel nostro territorio per quasi trent'anni.
Per gentile concessione di Michele Mariano ex "ragazzo della Tombetta", autore del libro "Una lettera d'amore a Padre Marella", di seguito ne pubblichiamo un capitolo riguardante, appunto, gli anni trascorsi da Michele nella Casa Rifugio di Bagnetto.
"...Alla fine dell'anno scolastico del 1959 mi trasferirono dal "Conte" (Bologna ndr) alla casa della "Tombetta".
Partimmo una mattina presto, eravamo in quattro o cinque ragazzi ed un assistente.
Partimmo a piedi con l'obiettivo di arrivare per il pranzo, ma purtroppo giungemmo solo nel primo pomeriggio, la strada era lunga e i piedi facevano male, ma una cosa mi piacque molto, per la prima volta in vita mia attraversai un ponte fatto di legno e corde, come nei film.
Il torrente Samoggia a quei tempi era molto impetuoso, noi ragazzi avevamo una grande paura perché il ponte oscillava a destra e a sinistra tanto che ci sentimmo protagonisti di una grande avventura.
La campagna era bellissima, camminavamo sugli argini di grandi fossi coperti di fiori gialli.
Questi fossi pieni d'acqua erano molto pericolosi, ma noi incoscienti non pensavamo al pericolo e correvamo e ridevamo, ci sentivamo liberi in questo mare di silenzio dove si sentivano solo le nostre grida e gli stridii degli uccelli.
Il viaggio fu lunghissimo e al nostro arrivo avevamo più fame che stanchezza, per fortuna ci diedero subito da mangiare.
QUANTI RICORDI
"Tombetta"! Quanti ricordi, belli e brutti ma sempre tanto cari! Tutte le classi d'obbligo le ho finite alla "Tombetta".
La scuola si trovava a circa tre chilometri e noi ragazzi, per arrivare un po' prima e poter giocare, tagliavamo per i campi. Com'era bella la campagna specie in primavera quando centinaia e centinaia di alberi da frutta fiorivano, chi con fiori bianchi, chi con fiori rosa, che mi davano un senso di libertà dell'anima, col pensiero mi immergevo in questa bellezza che non avrei più trovata una volta in città.
Si andava a scuola in fila per due, con il grembiulino nero ed il colletto bianco. Si partiva con tanto di "capo fila". Quante bacchettate mi sono preso perché uscivo dalla fila, anche solo per scherzo e per provare quanto fosse spione questo compagno.
La scuola si trovava proprio in mezzo alla campagna a metà strada tra Cento di Ferrara e San Matteo della Decima di San Giovanni in Persiceto; la scuola si chiamava "Bagnetto". In quella zona vi erano molti maceri, piccoli laghetti dove i contadini maceravano la canapa.
A metà strada fra la nostra casa e la scuola, vi era una sorgente d'acqua molto buona da bere, e noi grandicelli avevamo il compito di andare a prendere l'acqua per gli assistenti con il furgoncino.
Quanta fatica a spingere sui pedali di quel mezzo a tre ruote pieno di pentole d'acqua che noi ragazzi non avremmo mai bevuto, perché per noi andava bene l'acqua del pozzo!
Il Padre però non era a conoscenza di questa furberia. Di pozzi ve n'erano due, il primo più vicino alla casa, aveva l'acqua poco buona e si usava per le pulizie della casa e i servizi in genere, il secondo pozzo un po' più lontano era quello che forniva l'acqua da bere per noi, buona ma non come quella della sorgente.
Anche quando eravamo dal "Conte", si beveva l'acqua del pozzo vicino a casa, con la differenza che al "Conte" c'era la corrente elettrica mentre a Tombetta no.
Per illuminare il piano terra si usava il gas in bombole, nei piani superiori, cioè nelle camere usavamo la vecchia cara candela di cera.
I GELONI AI PIEDI
Per andare a scuola ci voleva più di una mezz'ora di cammino e d'inverno molto di più. La campagna era bellissima ed intorno alla nostra casa, vi erano tanti frutteti, di pesche, meli, peri, qualche albero di susine ed anche qualcuno di ciliegie.
Eravamo al limite della provincia di Bologna, bastava fare un paio di metri più in là ed eravamo in provincia di Ferrara, insomma il confine era una strada. C'erano sempre tanti fiori e quelli che mi colpivano di più erano quelli gialli che volgarmente chiamavamo "piscia-letto".
Ma ritorniamo alla scuola. Bagnetto era una scuola piccola e la prima e la seconda classe erano sistemate nella stessa aula. La maggior parte degli alunni eravamo noi di Padre Marella, quasi tutti di quarta, quinta e sesta.
Avevamo un maestro che veniva da Bologna che aveva la mania di farci prendere insetti ed animaletti, come lucertole, piccole bisce, ramarri, rospi e rane per metterli nei barattoli con alcool, ben in vista nella nostra classe.
L'estate era bella e calda, piena di fiori, e il silenzio era assoluto; si sentiva nella notte il frinire dei grilli e se chiudo gli occhi ripensando a quel periodo, provo ancora le stesse sensazioni e sento gli stessi profumi che mi riempiono l'olfatto.
Anche l'inverno non era male, ma sempre troppo freddo, perché non avevamo il riscaldamento. Ma allora chi aveva il riscaldamento?
Ripenso ad una mattina mentre stavamo andando a scuola (fortunatamente in ogni aula c'era una stufa a legna, le vecchie care stufe di terra cotta color mattone), saranno state le ore sette, eravamo già in fila per partire quando mi accasciai sulla neve, vidi tutto nero e mi svegliai che ero su di un'auto che mi stava portando all'ospedale di Cento.
In ospedale ci sono stato tre o quattro giorni e se devo dare un giudizio, si stava da "papa". Ero in una cameretta a sei letti accogliente e riscaldata, guardavo fuori dalla finestra, la neve scendeva candida, e pensavo ai miei compagni al freddo. Scherzavo e chiacchieravo con gli altri ragazzi, ma dopo tre o quattro giorni di osservazione, sentenziarono che ero sano come un pesce e che il malore era dovuto al gran freddo che avevo preso. Così mi mandarono a casa.
L'inverno era lungo e sembrava non finisse mai, chi ne soffriva più di tutti, erano i miei piedini pieni di geloni, una cosa tremenda, se passavo dal freddo al caldo i geloni mi si gonfiavano quasi volessero scoppiare; tante volte tornavo da scuola, camminando a piedi nudi sulla neve per trovare un po' di refrigerio.
LA FESTA DELLA CRESIMA
Ci misi più di un anno ad entrare nelle "grazie" degli assistenti, un anno di angosce perché non ero capito e volavano facilmente le sberle.
La responsabile della casa era la signora Veronica, moglie di Aldo detto "Tonino". Tra i ricordi più belli vi è quello della mia preparazione alla Santa Cresima. Tutti i giorni studiavamo la dottrina, ed una volta la settimana andavamo a San Matteo della Decima (allora una piccola frazione immersa nella campagna), per essere interrogati dal parroco su ciò che avevamo studiato, per vedere se eravamo preparati.
C'era anche il rischio di essere bocciati in dottrina, e non fare la Cresima, quindi studiavo con molto impegno, perché volevo essere il più bravo di fronte ai miei stessi compagni.
Il mio Padrino e la mia Madrina, furono gli stessi assistenti della Tombetta, ed ora, quando li rivedo, ricordo con emozione quel giorno.
Che giorno stupendo, pieno di canti, di festa, tutto bello, con il Vescovo venuto da Bologna.
Noi eravamo tutti vestiti bene, l'unico ricordo brutto era un gran male ai piedi, perché avevo le scarpe nuove che mi andavano strette, e le dovetti tenere tutto il giorno. In quella circostanza mi venne a trovare anche il Padre.
Noi, felici di vederlo, gli facemmo una gran festa. Rimase per la cerimonia poi sparì così come era comparso.
Qualche rara volta gli assistenti ci portavano al cinema parrocchiale, ma i nostri divertimenti erano i giochi con la palla, che era fatta di stracci arrotolati e legati, oppure gli indiani, o con le figurine che ci regalavano i nostri compagni di scuola, le biglie di terracotta e qualche rara pallina di vetro, od altro gioco ingenuo, ma dovevamo sempre stare attenti a non farci male, se no arrivavano anche le sgridate dell'assistente.
IL "SEDERE CALDO"
La nostra giornata "tipo" iniziava alle ore sei del mattino, si andava fuori al primo pozzo per lavarci, poi in chiesa. La nostra chiesa era ricavata da una stanza al piano terra, piccola ma molto bella e ben tenuta, ricordo che i fiori non mancavano mai.
Dopo le preghiere del mattino si faceva colazione con il latte ed orzo e, prima di prepararci per la scuola, facevamo un po' di pulizie, come rifare il letto, riassettare le camerette dove dormivamo, le scale, ecc. Alle sette e dieci minuti eravamo già pronti in fila per andare a scuola.
Ritornati a casa ci aspettava il pasto caldo. La signora Veronica si informava del "capo fila" (lo spione), se qualcuno era uscito dalla fila, così oltre a trovare il pasto caldo l'assistente ci faceva anche il sedere... caldo.
Appena mangiato tutti aiutavamo a "riassettare" il refettorio, poi subito a svolgere i compiti e a studiare fin verso le cinque del pomeriggio.
Finito lo studio, il gioco. D'estate si stava fuori a giocare di più che durante la brutta stagione. Poi si andava in chiesa per le preghiere della sera e il Santo Rosario durante il mese della Madonna. Subito dopo ci si preparava per la cena. Una volta cenato e fatto il solito riassetto del refettorio, ci si preparava per andare a dormire.
Durante il mese di maggio quando le rose di ogni colore erano abbondanti, noi più grandi addobbavamo la chiesa. Con i petali di rose facevamo delle scritte, "Viva Maria o Ave Maria" e tante altre belle frasi rivolte alla Madonna. Che profumo! Tutto questo mi ha inculcato una grande devozione per Maria Santissima, che da sempre la considero la mia mamma.
IL CINEMA PARROCCHIALE
La nostra sala giochi a Tombetta era una grande baracca in legno dove noi ci potevamo scatenare; era il posto dove trascorrevamo il nostro tempo, quando fuori pioveva, faceva freddo o troppo caldo.
Di fronte alla casa c'era un bel cortile grande che aveva nel mezzo tre grossi alberi. Quando giocavamo al pallone, giravamo intorno a questi alberi con la palla facendo finta di dribblare un altro giocatore.
Durante l'inverno alle ore 20 eravamo già pronti per andare a letto, perché la sveglia del mattino suonava alle sei. Ma con l'arrivo della bella stagione e soprattutto con la fine della scuola, si andava a letto fra le 21 e le 22. E' inutile affermare che gli assistenti vigilavano finchè non vedevano che tutti noi ci eravamo addormentati e che tutte le candele erano spente. Se qualcuno credeva di fare il furbo e, c'era sempre qualcuno che cercava di farlo, questi correva il rischio di non giocare il giorno dopo o di non andare al cinema alla prima occasione.
Il periodo che più si andava al cinema era quello che precedeva la Santa Cresima. Infatti, con il pretesto di premiare chi era andato alla dottrina ogni domenica, il parroco di San Matteo della Decima ci faceva entrare gratis nel locale parrocchiale per vedere il film.
La chiesa distava dalla nostra casa quasi sette chilometri e noi ovviamente cercavamo di farli "tagliando" per i campi per arrivare prima e poter anche disputare qualche partita al biliardino. Per il percorso ci mettevamo circa un'ora, ma fatto il primo tragitto in fila, quando l'assistente non riusciva più a vederci, via di corsa compreso il capo fila, per arrivare il prima possibile; prima arrivavamo e più tempo c'era per giocare in parrocchia, se tardavamo perdevamo sia i giochi sia l'inizio del film.
Il parroco di Decima, don Ottavio Balestrazzi, ci voleva molto bene, ma era severo e voleva da noi un comportamento esemplare. Finito il film iniziava la funzione religiosa, così finiva la nostra domenica pomeriggio. Al ritorno non si correva perché ci perdevamo a discutere il film che avevamo visto o a discutere su chi fosse il più bravo a giocare al biliardino. Qualche volta succedeva che un signore di Decima, venditore di scarpe (Primo Capponcelli ndr), ci caricasse tutti quanti, uno sopra l'altro, stretti come sardine sul suo pulmino; ma noi eravamo felici di non percorrere la strada a piedi.
Ci scaricava a un centinaio di metri da casa, perché sapeva che gli assistenti non volevano. Nessuno di noi ha mai fatto la spia.
UN NATALE DA FAVOLA
A San Matteo della Decima viveva della gente con un gran cuore, specie verso noi ragazzi di Padre Marella, tutti ci volevano bene. Nelle feste più importanti dell'anno, Natale e Pasqua, dopo la santa Messa, le famiglie portavano uno o anche due ragazzi a casa loro per farci festa in famiglia; tutto questo organizzato dal buon parroco che era il garante per noi.
Qualcuno di noi, i più fortunati, vi rimanevano anche per alcuni giorni. Ricordo, era il Natale del 1960 o '61, di essere stato ospite in una famiglia per una settimana.
Era una grande casa, alla periferia del piccolo paese, dove vivevano senza i genitori, quattro fratelli, tre maschi ed una femmina, tutti molto più grandi di me, tra i 25 e i 40 anni, dei quali il maggiore era la femmina.
Finchè vivrò non potrò mai dimenticare quella settimana; ero al centro dell'attenzione, facevano a gara per farmi giocare, in quei giorni ho imparato il gioco delle carte.
Il ricordo più bello è della sorella che per una settimana mi ha fatto da mamma. Mi accudiva con una cura che solo una mamma può fare; non ricordo neppure il nome, ma i visi sono nitidi nella mia mente.
Dormivo in un letto morbido e soprattutto caldo. La mattina la colazione era abbondante con i biscotti e la ciambella fatta in casa e tanta mostarda. Era così buona che anche ora se chiudo gli occhi e mi concentro, sento il dolce in bocca. La sera eravamo tutti insieme, ed era grande festa. Facevano a gara per farmi dei regali: chi mi comprava i calzettoni di lana, chi le scarpe, chi la camicia, chi i pantaloni; insomma mi hanno vestito a nuovo.
Quando avevo la mia vera famiglia una festa così grande tutta per me non c'era mai stata.
La sorella aveva delle attenzioni come può fare una mamma verso il proprio bambino; la sera mi scaldava il letto con uno strano arnese che chiamavano "prete", questo attrezzo teneva sollevate le lenzuola al centro del letto dentro il quale si inseriva uno scaldino pieno di braci ardenti. Non avevo mai visto fino allora una cosa del genere. La giovane donna non mi lasciava se prima non mi dava un bacio sulla fronte. Io credevo di essere già arrivato in paradiso.
Per una settimana avevo trovato la famiglia che sognavo, anche se non potevo lamentarmi del "collegio", ma eravamo in tanti e l'assistente non avrebbe potuto certo dedicarsi solo a me.
Le cose belle durano poco ed il giorno dell'Epifania, nel primo pomeriggio ci trovammo tutti davanti alla parrocchia, dove vi era il nostro assistente che aspettava per riportarci a casa. Ricordo che piansi nel lasciare quei ragazzi e mi accorsi che avevo solo assaporato come doveva essere il paradiso. Molti di noi erano già tornati alla casa Tombetta, chi invece era stato fortunato come me, ritornava il giorno dell'Epifania. Tutti avevano qualcosa di nuovo addosso, ma soprattutto dentro al cuore.
Che Dio benedica tutte le persone che ci fecero del bene. Noi oltre al "grazie" non sapevamo che dire, ma credo che per loro il grazie più bello, fosse quello di vederci felici. Corre pure l'obbligo di rivolgere un pensiero affettuoso ed un grazie particolare a don Ottavio Balestrazzi, parroco di San Matteo della Decima, sacerdote di nobili sentimenti, sempre in sintonia con Padre Marella e sempre disposto a darci una mano con grande benevolenza.
Per tutto il periodo di permanenza alla Tombetta, tutte le volte che mi recavo a San Matteo della Decima, andavo a trovare questi meravigliosi fratelli e quasi sempre ci scappava un gelato o un dolce fatto in casa, ma le carezze c'erano sempre e queste mi davano tanta gioia.
Quando andai via dalla Tombetta, pur ricordandomi di loro con affetto sincero, non ebbi più la possibilità di andarli a trovare, ma non per questo mi dimentico di pregare per loro. Chi sa quante volte avevano ospitato altri ragazzi di Padre Marella, prima e dopo di me. Dopo una settimana da favola, ritornato nella nostra umile casa, si ricominciò con il solito tran tran.
Nota
1) Riportiamo, di seguito, alcune considerazioni, inviate alla Redazione da Michele Mariano, che riteniamo siano imprescindibili dall'articolo pubblicato.
"Quando una ventina di giorni or sono mi telefonò l'amico Floriano Govoni, che non conoscevo, chiedendomi, che non gli sarebbe dispiaciuto pubblicare un capitolo del libro da me scritto per ringraziare Padre Marella - "Una lettera d'amore a Padre Marella" - sul giornale di cui è responsabile, mi ha preso un po' in contropiede; era la prima volta che mi sentivo fare una richiesta del genere, eppure oltre alla gioia istantanea, mi prese un po' di panico chiedendomi: "Avevo o no a suo tempo ringraziato a sufficienza la popolazione decimina"?
Una frazione piccola quella di Decima, ma dal cuore generoso e grande, tanto più che questa loro generosità di carità cristiana non è stata fatta 10 - 20 o 30 anni fa, ma 60 anni fa, in piena guerra, in piena miseria, eppure sta proprio qui il grande cuore dei decimini - "spezzare magari l'unico pane quotidiano e condividerne anche e vieppiù in un momento difficile per tutti". -+Padre Marella, professore di Storia e Filosofia aveva capito bene il grande cuore di Decima tanto, che lo si può leggere anche sul libro da me scritto, a pag. 196, dove recita così: "In ogni modo, in ogni caso, aperti sempre i cuori, aperte le porte quanto più è possibile: esemplare la canonica di Decima, spalancata dal mattino presto alla sera tardi per ricevere tutti, per comodo di tutti, per dare a tutti, anche il caffè agli sposi, dopo il rito nuziale".
Dunque l'apertura di cuore dei decimini viene citato da Padre Marella come esempio, forse nel documento più importante della Sua Opera, dettato e fatto scrivere il 25 marzo 1966 - Raccomandazioni - Premesse - Norme Generali e Particolari - documento questo, ufficiale, importante, che sarà ricordato perennemente e con esso anche Decima, che è presa come esempio. Per questo, anch'io che ho avuto tanto da "Voi", ancora una volta voglio ringraziarvi per quello che avete fatto ai "miei fratelli", che fate e farete per l'Opera di Padre Marella".
(*) Michele Mariano, nato a Celenza Valforte (Foggia), è entrato nell'istituzione di Padre Marella all'età di 10 anni e tuttora vive nel "Villaggio Artigiano" istituito dallo stesso. Dentro l'Opera ha percorso tutte le tappe fino ad essere eletto sindaco della "Città dei Ragazzi" di San Lazzaro (BO).
Dal giugno 1959 all'agosto 1963 fu ospite presso la "Casa Rifugio Tombetta" di San Matteo della Decima; poi fu "trasferito" a San Lazzaro nella Città dei Ragazzi "per imparare un mestiere".
FRATERNITA' CRISTIANA OPERA PADRE MARELLA
San Lazzaro di Savena (BO)
Via dei ciliegi n.6 - c.c.p. 835405