www.marefosca.it | aprile 2006 | La pianura uno scenario familiare
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LA PIANURA UNO SCENARIO FAMILIARE
a cura di Sara Poluzzi



L'aria è fredda e pungente, odora di terra ba-gnata e intorno non si sentono rumori, tranne quello dei passi miei e del mio cane Conan che scricchiolano leggermente sull'erba coperta di brina. Si intravedono, in lontananza, testimo-nianze di attività umane: qualche camino che fuma, qualche macchina, così lontana da non percepirne veramente la presenza. La nebbia avvolge i nostri passi, a distanza, quasi con di-screzione, attorno a me vedo lo scenario fami-liare: la Pianura. Mi pervade la bella sensazione di essere a casa, di potere finalmente lasciare libera la mia vista di sconfinare, fino a dominare il paesaggio, almeno fino a dove la nebbia me lo consente. La vastità del cielo in questi luoghi, può sconvolgere, può sembrare talmente sproporzionata da creare un senso di oppressione in chi non vi è abituato, ma non per chi, come me, ci è nato, per me che cerco sempre punti in cui il mio sguardo possa liberarsi oltre i palazzi, oltre le montagne, dove io possa sentirmi come mi sento quando supero la periferia di Bologna e l'appiattimento del paesaggio e l'allargarsi del cielo mi dicono che sono quasi giunta a destinazione, che sono quasi a casa.
Da quando non abito più stabilmente a Decima, tornare è diventato un rito, accompagnato da gesti volti a celebrare il mio ritorno, da assaporare con calma, per fare affluire lentamente al cuore le sensazioni del passato e del presente che si mescolano, per dare un senso ai minuti del breve viaggio che mi separa dalla mia casa.
Oggi, come è successo altre volte, percorro i 30 km che separano Decima da Bologna a piedi, marciando come un soldatino animato da entusiasmo e voglia di vivere accanto all'elemento naturale che collega i due luoghi, accanto all'acqua, lungo il Samoggia ed il Reno, sulla cima degli argini, che sembrano fatti apposta per ospitare, con la loro morbida sommità co-perta di erbetta, i miei passi e che danno la possibilità allo sguardo di spingersi oltre, grazie alla nuova prospettiva che offrono.   
In inverno la campagna della pianura sembra un animale addormentato, con la sua calma infinita, i suoi colori così uniformi e l'assenza quasi totale dell'uomo, che la lascia riposare per una stagione; Conan ed io seguiamo il sangue di questo animale che scorre, camminiamo sugli argini che, come cicatrici, rovinano la sua perfetta piattezza.
Sembra difficile credere che un tempo que-sta terra fosse piena di foreste e che gli argini siano un artificio costruito dall'uomo, perché ho sempre visto tutto così; quando ho percepito tutto questo come un inganno me ne sono allontanata, cercando la natura in altri luoghi dove è più intatta, andando a scoprire come deve essere un mondo meno influenzato dall'uomo, meno sfruttato, ma poi sono tornata ed ora godo di quello che questa natura un po' troppo scarna, ma ancora affascinante e ricca, può darmi.
Camminare in questi luoghi consente di viverli davvero, di sentire e di vedere tutto quello che si incontra in modo più intenso, di scoprire le bellezze del nostro territorio, di dare loro valore, grazie al tempo che spen-diamo per viverlo.
Conan ed io siamo partiti alle dieci di mattina del 6 gennaio da via Samoggia Vecchia, salendo sull'argine all'altezza di Villa Fontana. Abbiamo cominciato lì a camminare, allontanandoci dallo sguardo perplesso, ma orgoglioso, di mia madre che ci aveva accompagnati. La campagna era così bella che, a differenza di altre volte, in cui ero più impegnata a camminare o a pedalare, ho sentito la necessità di scattare delle foto per poterla portare con me in futuro, così come l'ho vista quel giorno.
Abbiamo attraversato il Samoggia passando davanti all'Osteria dell'Umarein, che per me ha sempre avuto il fascino dei locali vecchi e bizzarri e dei personaggi un po' matti che si possono trovare dalle nostre parti. Abbiamo percorso un paio di chilometri lungo la strada asfaltata dove non c'erano, però, macchine o persone ed abbia-mo raggiunto l'argine del Reno, salendovi sopra e continuando la nostra camminata.
Se si pensa che tutto il paesaggio che si incontra sia uniforme, uguale a se stesso e poco interessante, ci si sbaglia, si corre il ri-schio di essere superficiali, di non potere o volere percepire i piccoli cambiamenti, le sfumature, quelle cose che diventano belle solo se ti fermi ad osservarle e capisci la ricchezza nascosta nella loro sempli-cità ed unicità. Ho capito a pieno questa unicità solo quando mi sono allontanata, solo quando mi sono resa conto che quegli elementi di paesaggio esistono solo a casa mia.
Lungo il cammino incontriamo un bellissimo ponte (in località Bagno di Piano), vari stagnetti, boschetti di pioppi, il paese di Malacappa che, visto dall'argine appare bizzarro, antiche case di campagna dall'architettura particolare, vediamo spuntare campanili e chiesette, lunghi filari di cipressi, e campi, terra, tappeti di terra nuda che sembrano infiniti. In lontananza manca, però, l'elemento accompagnatore di tutti i viaggi da e verso Bologna, San Luca, che è nascosto oltre una cortina di nebbia e si vede solo quando arriviamo a 5 chilometri da Trebbo di Reno, quando ormai la batteria della macchina fotografica ci ha abbandonato.
E' proprio lì che incontro le uniche persone nel nostro tragitto, un si-gnore sulla settantina accompa-gnato da cognata e moglie. Passeggiando con lui, si parla, un po' in dialetto ed un po' in italiano, della campagna, di Trebbo; mi racconta di quando c'era un traghetto che portava le persone al di là del Reno, di come questo sia stato divelto dalla piena del '66 che lo ha fatto affondare e sia stato recuperato all'inizio degli anni '80. Rimango a bocca aperta, ad ascoltare attentissima   e a fantasticare, come succede sempre quando qualcuno, soprattutto un anziano, mi parla della sua vita, delle cose a lui care e che ora non si possono più vedere, di come lui vive la trasformazione del territorio, di quanto siano invisibili ora, i cambiamenti e di come le vecchie sembianze siano coperte e mascherate sotto un velo di asfalto, uno strato di case nuove e colorate, dalla nebbia dell'oblio, dalla morte di colo-ro che hanno vissuto le trasformazioni, dalla dimenticanza di co-loro che li hanno ascoltati e non si ricordano che cosa dovrebbero tramandare.
Il nostro viaggio finisce davanti al barcone arrugginito di cui parlava il signore, posto all'uscita del percorso pedonale e ciclabile che esce dal boschetto che si trova ormai a Trebbo. La bolla di silenzio e di pace in cui eravamo immersi si rompe quando vediamo passare una fila di macchine, allo scattare del verde. Nel frattempo sono già le quattro passate ed il sole è tramontato, lasciando nel cielo una tempesta spettacolare di viola ed arancione, è diventato freddo ed è ora di abbandonare l'idea di camminare.
A quel punto, con la mente ancora immersa nell'atmo-sfera sognante della Pianura, prendo Conan in braccio perché trema per il frastuono delle macchine e per il freddo, mi siedo sulla panchina della fermata ed attendo l'autobus, con il sorriso sulle labbra ed un senso di rilassatezza e di contentezza. Arriviamo a Bologna quando ormai il sole è tramontato.


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