IL CAVONE DI DECIMA
Un'analisi floro-faunistica, alcune considerazioni ed una proposta a cura di Fabio Poluzzi
Prologo
Mi ricordo una assolatissima tarda mattinata di fine agosto di almeno 25 anni fa. Nella luce abbacinante e nell’afa del mezzogiorno, che solo un ragazzetto di una dozzina d’anni può sopportare, mi aggiravo con un retino per farfalle sulle sponde di un ampio bacino squadrato rico-perto di ninfee e circondato da canne. Dovevo “esplorare” in fretta quello stagno squadrato perché mio padre, in attesa all’ombra sotto alcuni pioppi poco distanti per ripararsi dalla canicola, iniziava a dare cenni di impazienza e forse comi-nciava a pentirsi di avermi accompagnato lì a quell’ora. In realtà eravamo venuti per vedere le ninfee che ricoprivano senza soluzione di continuità tutto l’invaso e si presentavano floride e in piena fioritura. Il Consorzio dei Partecipanti aveva acconsentito al fatto che andassimo a prendere alcune piante per collocarle in un macero che avevamo appena fatto scavare proprio per ospitarvi piante ed animali della valle.
Mi ricordo poi un tardo pomeriggio di qualche giorno dopo: mio padre e mio zio Roberto su di una barca (prestataci da non so chi…) intenti a tirare le foglie delle ninfee, barcamenandosi (è proprio il caso di dirlo) nella tensione per sfilarle dalla malta del fondo e, allo stesso tempo, per non ribaltare quell’imbarcazione non certo consona per operazioni del genere. La fatica fu ricompensata con tre o quattro rizomi della ago-gnata pianta.
Così feci la mia conoscenza del “Cavone” di San Matteo della Decima.
Nel tempo ci sono poi tornato parecchie volte, per diletto e per lavoro, e ho imparato a conoscere meglio quel luogo. Ho saputo che c’era chi, addirittura, si era laureato con una tesi sulla sua vegetazione; ho assistito alla sua trasformazione (un po’ naturale, ma soprattutto artificiale…).
Ci vado ancora oggi, talvolta. Ci accompagno chi studia ciò che rimane di naturalistico in pianura e chi vuole fruire ancora del nostro territorio: l’hanno visitato, come tappa nell’ambito di un itinerario di riscoperta del nostro territorio, professori universitari, associazioni ambientaliste, gruppi di cittadini, ricercatori italiani, inglesi e olandesi...
Ma cosa c’è, poi, da vedere al Cavone?
Ovviamente non è un lembo di Amazzonia, ma, come alcune altre particolari aree del territorio persicetano, ha qualcosa da raccontare in senso paesaggistico e ambientale.
Nelle pagine che seguono, prendendo lo spunto dalla Tesi di Laurea di Eva Castelvetri, che si è laureata proprio studiando la vegetazione del Cavone (Relatore Prof. Pirola) e da alcune ricerche condottevi in seguito dal centro Agricoltura e Ambiente e per mantenere fede, seppure con imperdonabile ritardo, ad una promessa fatta all’amico Floriano Govoni, cercherò di evidenziare un po’ di più gli aspetti naturalistici di questa piccola area a due passi da Decima, ma assai diversa dal resto del territorio abitato dall’uomo.
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| Due immagini (foto E. Castelvetri) a colori del Cavone di trent'anni fa; già pubblicate sul n.15/1982 di Starda Maestra, su Marefosca, Novembre 1982 |
Un raffronto con il passato
Del Cavone si sa, come ricorda il nome stesso, che è nato come area in cui prelevare il materiale necessario per la costruzione del rilevato ferroviario dell’attigua Ferrovia Veneta all’inizio del secolo scorso.
Allora il territorio della bassa pianura bolognese occidentale era ancora caratterizzato da quelle che venivano chiamate le “Valli di Sant’Agata” (Cocconi, 1883) e che, nell’interessante analisi sulla scomparsa delle zone umide, il Professor Francesco Corbetta e colleghi (1981) riportano come ampiamente attestate anche ad ovest dell’abitato di San Matteo della Decima (Fig. 1).
Pur essendo uno scavo artificiale, il Cavone ha finito per ospitare buona parte delle specie vegetali tipiche della vicina palude.
Possiamo dire con certezza, grazie a ricerche effettuate dal Centro Agricoltura Ambiente nei territori comunali di Crevalcore, Sant’Agata Bolognese, San Giovanni in Persiceto, Sala Bolognese, Calderara di Reno alla fine degli anni ‘90, che in nessun altro luogo del Persicetano la ninfea bianca è sopravvissuta allo stato selvatico fino ai nostri giorni. Con essa anche molte altre specie acquatiche e palustri (altrove divenute rare) hanno trovato nel Cavone un luogo in cui sopravvivere.
Il Cavone ha perciò costituito, nel passato, un significativo sito per la conservazione della biodiversità e, in particolare, un luogo in cui si è perpetuato nel tempo un “ceppo” di ninfea bianca locale. In termini di biodiversità, quindi, presso quest’area, la conservazione si è esplicitata sia in termini specifici (la specie ninfea bianca), ma anche in termini ecotipici (si è conservato l’ecotipo locale della ninfea bianca).
Grazie agli studi di Eva Castelvetri (1971; 1982) compiuti sul posto (si veda in proposito il bell’articolo comparso su Strada Maestra n. 15) è oggi possibile valutare l’evoluzione della vegetazione del Cavone nel corso di alcune decine di anni e fare raffronti.
La flora e la vegetazione: un confronto trent’anni dopo
I dati riportati nelle ricerche eseguite dalla Castelvetri offrono una immagine molto diversa del Cavone rispetto a come si presenta oggi ai nostri occhi.
Dal punto di vista naturalistico potremmo quasi dire che si tratta di due ambienti diversi…
In natura, si sa, esistono ineludibili dinamiche evolutive che mantengono costantemente in trasformazione qualsiasi ambiente. E’ noto che se si cessa di coltivare un campo, questo prima si riempie di particolari erbe avventizie (quelle che chiamiamo normalmente “erbacce”), poi si instaura un prato composto da specie erbacee più stabili, ma che, col passare del tempo, vengono comunque sostituite da un arbusteto e infine da un vero e proprio bosco. In pianura la tendenza naturale, influenzata dal tipo di suolo e dal clima, è quindi quella di portare l’ambiente verso il bosco. Analogamente anche una zona umida, come quella del Cavone, si evolve nella stessa direzione, passando da acque profonde con una propria vegetazione (le ninfee, appunto, ed altre specie ancora), ad un pantano ricoperto di canne e carici e, infine, di nuovo ad un arbusteto (igrofilo in un primo tempo) e quindi ad un bosco; lo stesso tipo di bosco (il querco-carpineto) che si forma in pianura se si lascia a lungo incolto un campo.
Le ricerche dell’epoca (Castelvetri, ibidem) ci riferiscono che negli anni ’70 il Cavone si presentava come un bacino dalle sponde ripide e con una buona profondità d’acqua. La sua superficie era ricoperta da un tipo di vegetazione (miriofillo-nufareto) caratterizzato dalla più volte richiamata ninfea bianca (Nymphaea alba), ma anche da altre specie, come il millefoglie verticillato (Myriophyllum verticillatum), dato come raro dal Pignatti (1982), il morso di rana (Hydrocharis morsus-ranae) e l’erba vescica (Utricularia vulgaris), anch’essa considerata come in corso di rarefazione dal Pignatti. Dove l’acqua diminuiva di profondità si rinveniva una fascia vegetata con erbe di ripa: dallo scirpo lacustre (Scirpus lacustris = Schoenoplectus lacustris), alle tife (Typha angustifolia e T. latifolia), alla carice a foglia larga (Carex elata), alla cannuccia di palude (Phragmites australis).
Altre specie degne di nota risultavano essere una non meglio precisata Euphorbia lacustris (= E. palustris?), Alisma plantago-aquatica e Sparganium natans (= S. minimum), quest’ultima data come rara sempre dal Pignatti.
Il Cavone si presentava quindi, nel complesso, come un ambiente aperto, sostanzialmente privo di vegetazione arborea circostante, in grado perciò di richiamare alla mente, anche sotto il profilo visivo, il paesaggio e l’ecosistema della valle.
Le ricerche floristiche e vegetazionali eseguite in loco oltre 25 anni dopo (Piccoli e Pellizzari, 1998) descrivono un ambiente molto diverso, sia nel suo insieme che nelle singole componenti.
Innanzitutto l’invaso risulta racchiuso in un denso rimboschimento, una sorta di bosco-parco che lo cinge perimetralmente. La visuale non è più, quindi, quella della valle: lo sguardo si ferma subito alle cortine arboree circostanti e il bacino è connotato dal pelo dell’acqua libero da vegetazione. Le piante palustri non ci sono praticamente più. Persino la cannuccia di palude presenta un popolamento “scarso e frammentario” (Piccoli e Pellizzari, ibidem).
L’ecosistema si presenta complessivamente ringiovanito, gli habitat risultano frammentati e non è possibile individuare comunità vegetali stabili e ben delineate. Le specie caratteristiche e dominanti sono erbe nitrofile che accompagnano il rimboschimento (Ballota nigra, Aster squamosus, Chenopodium album, Conyza canadensis, Lapsana communis, Malva sylvestris, Melilotus album e altre ancora) che testimoniano che il terreno risente di notevoli disturbi pregressi. Le uniche specie di un certo interesse conservazioni-stico risultano essere Aristolochia rotunda, Carex acutiformis, Stachys palustris, nessuna delle quali, però, da considerarsi particolarmente rara.
Nel loro studio i due botanici dell’Università di Ferrara non rinvengono quindi più nel Cavone quelle caratteristiche di pregio citate anni prima dalla Castelvetri, ne evidenziano il carattere giovanile dell’ecosistema (bacino con acqua profonda, sponde ripide, scarsa vegetazione acquatica) e gli effetti di una qualche forma di alterazione recente.
Pur non conoscendo la storia dell’area i due ricercatori sono però riusciti a capire che, effettivamente, qualcosa era accaduto all’ambiente del Cavone…
Un incidente di percorso
Come già ricordato in premessa, il Cavone rimane un luogo che si distingue rispetto al contesto attuale: il suo aspetto incolto e selvatico richiama a prima vista elevate caratteristiche di naturalità. Peraltro le piante del rimboschimento sono ben cresciute e formano una corona alberata di gradevole aspetto.
L’attuale sembianza del Cavone è l’esito di un preciso intervento che ha evidentemente inteso riqualificare l’area (di cui la Castelvetri nel 1982 invoca, condivisibilmente, la salvezza dal degrado).
Il 25 agosto 1987 la Sezione del WWF di San Giovanni in Persiceto segnala al Sindaco (Prot. n. 10138) che in quei giorni “alcune ruspe e scavatori stavano facendo opera di sbancamento all’interno dell’area denominata ‘Cavone’, un tempo importante per la rara flora ospitatavi. Al momento dell’osservazione circa metà dell’area era già stata drasticamente e profondamente sbancata e la vegetazione completamente estirpata…”. Due mesi più tardi il Consorzio dei Partecipanti risponde (Prot. 1855) respingendo le critiche avanzate dal WWF e giustificando l’intervento come “lavori di sistemazione” e come “recupero” dopo averne constatato le condizioni di degrado: “la flora scomparsa soffocata dal canneto, poche ‘pozze’ di acqua con i fior di loto”.
Ed effettivamente il Consorzio dei Partecipanti ripulì l’area, ruspò via il canneto, riscavò la zona umida. E fece anche di più mettendo a dimora centinaia di piante arboree ed arbustive attorno al nuovo bacino.
Occorre però considerare che oltre 70 anni di evoluzione spontanea del bacino avevano sì portato ad un parziale interrimento della zona umida, ma quell’ecosistema, seguendo le dinamiche evolutive spontanee e naturali richiamate precedentemente, si era contestualmente arricchito di molte specie tipiche, alcune delle quali avevano piacevolmente sorpreso quel ragazzetto di 25 anni fa e motivato la realizzazione di una Tesi di laurea.
Bisogna poi considerare che, dal punto di vista tecnico, la letteratura scientifica di settore (La Greca, 1992; Pignatti, 1994; Malcevschi, Bisogni e Gariboldi, 1996) pone con chiarezza la pro-blematica insita nel rischio di elevato impatto ambientale qualora si applichino tecniche di rinaturazione laddove sarebbe stata necessaria un’opera di rinaturalizzazione. I termini sono simili, ma la loro interazione negativa può causare effetti peggiori della problematica che si intende affrontare.
Per capirci meglio (attenzione, non è una mera questione terminologica!):
per rinaturazione si intende la creazione di un nuovo ecosistema, cioè la realizzazione ex-novo di una situazione morfologica e biologica in grado di rappresentare una determinata condizione ambientale.
Quando in un’area precedentemente coltivata ricreo un bosco o una zona umida compio quindi opera di rinaturazione.
per rinaturalizzazione si intende invece l’aggiunta di caratteristiche di naturalità operata in un ecosistema naturale preesistente.
Quando in un bosco o in una zona umida eseguo interventi localizzati di diversificazione dell’ambiente, di miglioramento, di reintroduzione di specie, compio una azione di rinaturalizzazione.
Sia chiaro però che, se applico una tecnica di recupero ambientale anziché l’altra in corrispondenza di un ecosistema esistente e strutturato, posso causare gravi danni e determinare la scomparsa di quelle peculiarità che volevo invece salvaguardare…
Cose come queste sono molto più comuni di quello che normalmente si creda: vengono risezionate le vasche di ex-zuccherifici per crearvi altre zone umide, vengono abbattute boscaglie per impiantare filari alberati, vengono riscavati maceri per creare nuovi invasi… Spesso la motivazione è anche economica e la ricerca di finanziamenti connessi con certe operazioni spinge il progettista ad applicare l’opzione massima (cioè rifare tutto da zero) per potere attingere ad incentivi senza dover sottrarre effettivamente della superficie alle attività produttive (rifaccio una zona umida dove prima c’era un’altra zona umida e lo chiamo recupero ambientale…).
Ovviamente non è questo il caso del Cavone. In questo caso si sono probabilmente sottovalutati la portata e gli effetti di una completa risagomatura dell’area, sono state utilizzate tecniche ed attrezzature invasive che hanno cancellato la situazione pregressa ottenendo sì il ringiovanimento dell’ecosistema, ma privandolo di molte delle sue prerogative e peculiarità.
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| La ninfea bianca (Ninfae alba), specie acquatica regina delle paludi, viene spesso sostituita negli interventi di recupero ambientale con naltre specie e varietà esotiche o ornamentali . Presso il Cavone si è conservata fino a pochi anni fa un ceppo locale di ninfea bianca (Foto Luciano Galletti) |
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| Un esemplare di libellula imperatore (Anax imperator) in volo sulla zona umida del cavone (foto A. Morisi)., La genziana d'acqua (Ninphoides peltata) è una delle piante acquatiche che potrebbe essere reintrodotta presso il cavone per incrementarne e qualificarne la biodiversità (foto A. Morisi) |
Ciò che si toglie da un ambiente non può poi sempre essere rimpiazzato artificialmente. L’estinzione locale di specie non è facilmente recuperabile, anche ammesso che si provveda a nuove introduzioni, in quanto occorre verificare la effettiva autoctonia della specie reintrodotta. Bisogna poi essere sicuri che le condizioni che hanno causato la sua estinzione non persistano, che l’ambiente sia effettivamente idoneo alla sua presenza e, cosa generalmente non ponderata, considerare anche le sue caratteristiche ecotipiche e la sua provenienza.
Al Cavone sono poi state effettuate delle introduzioni improprie come il cipresso calvo (Taxodium distichum), l’acero saccarino (Acer saccharinum) o la rosa rugosa (Rosa rugosa), tutte specie alloctone, non certo confacenti ad un recupero ambientale propriamente detto.
Quello che si può considerare un incidente di percorso nella storia del Cavone, ha poi proprio contribuito a modificarne sostanzialmente la connotazione nel suo insieme: ciò che ricordava la palude non solo nella composizione vegetale ed animale, ma anche nell’aspetto, è stato trasformato in uno stagno circondato da una fascia arboreo-arbustiva.
Tutto sbagliato? Certamente no. Il tempo e le dinamiche naturali sono in grado di smussare molti degli spigoli indotti dall’artificialità degli interventi antropici. Il Cavone rappresenta infatti, come già detto, ugualmente un sito degno di nota, soprattutto se raffrontato al restante contesto territoriale. Per di più l’evoluzione della vegetazione ha ripreso il suo lento percorso interrotto artificialmente una quindicina di anni fa e i risultati già si vedono.
La ninfea stava effettivamente scomparendo per dinamiche naturali e il Cavone si stava lentamente interrando. La preoccupazione per una sua salvaguardia erano più che legittime e condivisibili. Il problema sono state le metodologie con cui si è intervenuti.
Diverso sarebbe stato ricreare, con macchinari meno impattanti e su superfici ridotte e alternate nello spazio e nel tempo, quel ringiovanimento necessario a mantenere vitali le popolazioni delle specie di maggior interesse conservazionistico…
Aspetti naturalistici attuali
Le caratteristiche biologiche attuali riferite al Cavone sono desumibili da una serie di ricerche eseguite alla fine degli anni ’90 dal Centro Agricoltura e Ambiente su incarico del Comune di San Giovanni in Persiceto, della Provincia di Bologna e della Regione Emilia-Romagna.
Dai monitoraggi sopra richiamati, per quanto riguarda la flora sono state censite 98 specie (Piccoli & Pellizzari, 1998). Tutta la cospicua componente arborea risulta di impianto artificiale e composta in prevalenza da pioppi, aceri, bagolari, frassini, noci, gelsi, olmi e salici. Uniche presenze spontanee sono probabilmente la robinia, la marasca e il sanguinello. Come già detto, non sono state individuate comunità vegetali stabili e ben delineate e nel sottobosco abbondano specie erbacee nitrofile che testimoniano le alterazioni pregresse.
Presso il Cavone sono state poi osservate 12 specie di libellule e 22 specie di farfalle (Boriani, 1998). Le libellule sono rappresentate soprattutto dalla piccola e comune Ischnura elegans, ma anche da specie più grandi come Anax imperator e A. partenope, Orthetrum albistylum, Crocothemis erythraea e Sympetrum sanguineum. Le farfalle sono rappresentate da specie comuni come Ochlodes venatus, Pieris rapae, Polyommatus icarus, Coenonympha pamphilus, ma anche da Melitaea phoebe (specie collinare assai localizzata in pianura) e da Lycaena dispar (specie rara e protetta a livello internazionale).
Per quanto riguarda gli Anfibi sappiamo (Balboni Paola e Lin Stefano, 2002; comunicazione personale), che nell’area è presente la rana verde (Rana esculenta complex) e, soprattutto, una buona popolazione di rospo comune (Bufo bufo) che si riproduce con decine di individui, ma di cui non si conosce l’efficacia di tale riproduzione, non essendo stati rinvenuti neometamorfosati.
Tra i Rettili, le specie osservate presso il Cavone sono state la natrice dal collare (Natrix natrix), la lucertola muraiola (Podarcis sicula) e la testuggine palustre (Emys orbicularis) (Morisi, 1998). Osservazioni personali condotte in seguito hanno poi evidenziato anche la presenza del ramarro (Lacerta bilineata) e della testuggine della Florida (Trachemys scripta), specie esotica che ha ormai occupato stabilmente molti habitat acquatici della pianura.
Nell’area del Cavone sono poi risultate presenti 30 specie di uccelli (Balboni e Morisi, 1998). Per la maggior parte si tratta di specie legate alla vegetazione arboreo-arbustiva circostante la raccolta d’acqua (capinera, cinciallegra, fiorrancino, fringuello, luì piccolo, merlo, pettirosso, picchio verde, rigogolo, scricciolo, tortora selvatica, usignolo, verdone). La zona umida è risultata frequentata occasionalmente solo da poche specie essenzialmente ubiquitarie (airone cenerino, nitticora, beccamoschino). In inverno il Cavone è frequentato anche dalla poiana (Buteo buteo) e dal gheppio (Falco tinnunculus). Tre specie sono risultate nidificanti con certezza, tra cui sono da rilevare per significatività il torcicollo (Jynx torquilla) e il pendolino (Remiz pendulinus).
Sulla scorta di quanto rilevato, risulta pertanto evidente che attualmente il valore complessivo del Cavone per l’avifauna sembra essere dato non tanto dalla zona umida, ma dal rimboschimento circostante.
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| La zigena (Zygaena filipendulae) è una colorata farfalla legata ad ambienti parzialmente alberati che sta tornando a farsi vedere in pianura (foto di Luciano Galletti). |
Una proposta di valorizzazione
Il Cavone non è più quello di un tempo, ma ciò non toglie che costituisca oggi ugualmente un significativo ambiente con una certa biodiversità. Non solo un naturalista vi può trovare elementi di attrazione, ma anche scuole, fotografi e appassionati frequentatori del nostro territorio (troppo spesso sottovalutato) possono rinvenirvi spunti di specifico interesse.
Tali frequentazioni potrebbero però essere incentivate da una oculata valorizzazione dell’area.
In tal caso però risulta fondamentale prevedere un percorso per la visita, punti di osservazione e schermature affinchè l’accesso all’area non diventi controproducente per l’ambiente e al di sotto delle aspettative per il visitatore a causa del disturbo che, inevitabilmente, la presenza umana comporta. Anche un semplice regolamento per la visita risulta un utile strumento, che deve, ovviamente, essere divulgato ed affisso.
Ulteriori specifici strumenti (pannelli illustrativi, pieghevole informativo) possono costituire un utile ausilio in grado di incoraggiare e guidare la visita, mettendo in evidenza le peculiarità dell’area, ma anche i comportamenti da tenersi.
Nell’ambito dell’individuazione di percorsi di conoscenza dei luoghi di interesse ambientale, storico-testimoniale e delle aziende agricole che praticano la vendita diretta (la mappa “Oltre i luoghi comuni” è richiedibile presso l’Ufficio Ambiente e l’U.R.P.), il Comune di San Giovanni in Persiceto ha individuato in collaborazione con il Consorzio dei Partecipanti un punto di sosta attrezzato presso il Cavone. Ilfatto costituisce un ulteriore aspetto funzionale alla valorizzazione e alla fruizione dell’area. Il decrepito casello ferroviario dell’ex-Ferrovia Veneta potrebbe, una volta acquisito, trasformarsi in un piccolo centro visite e ospitare un punto informativo e altre attività compatibili.
A tutto ciò, in considerazione anche di quanto detto in precedenza, sarebbe auspicabile affiancare un miglioramento ambientale del Cavone incentrato sull’arricchimento della sua biodiversità, a partire da quella vegetale.
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| La zigena (Zygaena filipendulae) è una colorata farfalla legata ad ambienti parzialmente alberati che sta tornando a farsi vedere in pianura (foto di Luciano Galletti). |
Come a suo tempo evidenziato, infatti, dai botanici dell’Università di Ferrara: “qualsiasi soggetto vegetale autoctono è il benvenuto nel Cavone, dove dovrà combattere con la dominanza delle specie nitrofile” (Piccoli e Pellizzari,1998). In tal senso si possono ipotizzare attività specifiche per qualificare la componente erbacea del Cavone, a partire da reintroduzioni di specie tipiche del sottobosco, previa attenta valutazione delle condizioni edafiche ed eventuali azioni correttive del suolo (apporto di sostanza organica, incremento della lettiera).
Anche per la componente vegetale acquatica si possono ipotizzare verosimilmente delle reintroduzioni di alcune specie che possano diversificare la situazione ambientale, incrementare la biodiversità e qualificare il sito, a partire dalle specie più rustiche (Potamogeton crispus, Ceratophyllum demersum, Miryophyllum spicatum, Ranunculus thrycophyllus) in grado, peraltro, di abbattere i nutrienti disciolti, ridurre la torbidità e incrementare l’ossigenazione dell’acqua.
Occorre poi considerare anche specie di maggior pregio e significato naturalistico, quali Nuphar luteum, Polygonum amphibium, Hydrocharis morsus-ranae, Nymphoides peltata, Utricularia australis, Trapa natans, Stratiotes aloides per quanto riguarda le idrofite. In questo contesto occorrerebbe poi reintrodurre anche e soprattutto la tanto citata ninfea bianca!
Anche per quanto riguarda le specie di ripa (elo-fite) le piante reintroducibili possono essere diverse: iris, carici, giunchi, canne… ma anche specie di pregio come Sagittaria sagittifolia, Ranunculus lingua, Schoenoplectus mucronatus e altre ancora.
Si tratta, in sostanza, di operare una rinaturalizzazione dell’area e attuare, in parallelo, una sua gestione naturalistica.
Il Cavone possiede una storia e una serie di caratteristiche che ne fanno, sicuramente ancora oggi, un luogo di interesse nell’ambito del nostro territorio. Sia in quanto tale, sia in rapporto con altre emergenze paesaggistiche, ambientali, testimo-niali, storiche e artistiche del contesto persicetano, il Cavone può migliorare il proprio ruolo e trovare un motivo in più per la sua conservazione.
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