IN RICORDO DI PRIMO CAPPONCELLI
a cura di Floriano Capponcelli
Era conosciuto da tutti in paese e "fuori"; alto due spanne, come spesso ricordava, è stato per una vita intera, una fucina di iniziative. Proveniva da una famiglia povera che faceva fatica a "sbarcare il lunario" ed il suo primo lavoro fu quello dello "spigolatore" che, a suo dire, ogni tanto aggiungeva al suo raccolto anche spighe prese direttamente dai covoni. "La miseria e la fame fanno fare anche quello che non si dovrebbe; però la sera quando io e i miei fratelli ritornavamo a casa con un sacco pieno di spighe, per mia madre era una benedizione del cielo; si, perché doveva essere lei, giovane vedova, a provvedere per tutti noi...". Provvedere per se stesso "arrangiandosi" il più possibile non fu una prerogativa solo di Primo Capponcelli, ma di tanti altri che negli anni fra le due guerre ebbero la ventura/sventura di vivere la loro infanzia e prima giovinezza.
In una zirudella composta in occasione del "piccolo" carnevale che si svolse nel rione della Pieve di Decima nel 1961, Primo affrontò la tematica della miseria evidenziando, con sarcasmo e fantasia, le opportunità che i poveri, nei momenti di carestia, hanno a disposizione per procurarsi il minimo indispensabile per vivere.
...A la maténa i mî prém fât
l'ira quèl d'andêr a gât
a ranucc a lumaghén
a puléna a pêl d'cunén
a bachét, a chegapói
a biróc, a fêr dal fói
a pavìra, a spazarén
a spiglér atac a dal fégn
a radéc, a ciocapiât
a stufión ed quî col lât
ca tiréva tót i dé
guardé mo',soggna paté?...
Era nato nel dicembre del 1922 e, come tanti cattolici di Decima, nel 1947 contribuì alla costituzione del locale Circolo ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani); nel 1950, in occasione dell'inaugurazione della bandiera del Circolo "con bella voce intrattenne il foltissimo pubblico, meritandosi vivi applausi". In questo periodo, dal dopo guerra all'inizio degli anni '60, si impegnò attivamente in politica ricoprendo la carica di segretario della Democrazia Cristiana della sezione di Decima, fu membro del Comitato Provinciale, sempre della D.C., e fece parte del Consiglio Comunale di Persiceto in qualità di Consigliere di minoranza. Nel 1960 ricoprì la carica di Presidente del comitato promotore dell'autonomia comunale di San Matteo della Decima; tale comitato, che si proclamò al di sopra di ogni concezione politica, raccolse complessivamente 1.287 adesioni ma, per diversi motivi (1), non riuscì nel suo intento. Intanto i suoi molteplici impegni "pubblici" non gli impedirono di sviluppare la sua attività lavorativa: il "commerciante di calzature" o meglio il "venditore ambulante di scarpe". Il suo lavoro ben presto "prese piede" nei mercati della zona e diversi decimini, sulla scia del suo successo, si misero in proprio e "sfondarono" anche se non riuscirono ad uguagliare il successo di Primo. Perché Primo, detto “Ulènd", era un grande imbonitore, specialmente nei primi tempi, alla stregua di Oreste Biavati o di Ragni "Quèl dla saràca". Il suo banchetto, al mercato, era frequentato da tutti perché spesso aveva delle trovate geniali per attirare la gente riuscendo, così, a vendere la sua mercanzia. "Pió zènt a gh'è, pió zènt a compra" (2), era solito dire e a volte, tanto per citare alcune invenzioni, a chi comprava un paio di scarpe regalava "in aggiunta" un pezzo tagliato con una mannaia (al manarén) sul ceppo (la zòca) che aveva posizionato vicino al banco della sua merce, esclamando "a fâg cmé al pchêr, av dâg la zónta"(3). Altre volte, invece, regalava una terza scarpa asserendo che per quella marca era previsto il ricambio. Era un bel tipo, socievole, simpatico, sempre di buon umore, irremovibile nelle proprie convinzioni, pragmatico. Amava il carnevale e si dilettava a scrivere zirudelle per sé quando impersonò, per diversi anni, la maschera del carnevale di Decima "Re Fagiolo di Castella"(4) o per le società carnevalesche che si rivolgevano a lui conoscendo la sua grande inventiva e disponibilità. Infatti non disse mai di no a nessuno e riuscì, su certi argomenti, ad essere incisivo e "fulminante".
Era un maestro ad elencare i mali che caratterizzano la nostra società:
In st'Italia péna ed baldoria
Dóv i lèder i én na gloria
Dòv i gràten cmà savî
Da la schéina, testa e pî
E po' iv tùlen i ultm'arsói
Fén cn'è sèc al portafói...
...tót stî sold senza dîr beo
i van drét al Colosseo...
semper drî a fêr di gnèr
5, 6 mîs muntagna e mêr...
...con stê fêr gh'è gnó la sèca
propi dentr'in dla zèca...
o trattare argomenti come l’ecologia:
...Aîr, as dis, l'ira na fóla
quand al mònd come na vióla
al profumeva in ogni stasòn,
gninta acqua a profusiòn
ma dusèda con misura,
gninta smòg e gnint'arsura...
...Aîr al zîl azór e térs
l'ira al bêl ad st'Univêrs
fât col pnêl, da noster' Sgnour:
decretê un caplavour!
Adês é gnó un sconvolzimènt
un vero e propia cambiamènt:
una neigra nóvla bàsa
souvr'a nó semper la pàsa
oscurand a tot la vésta
verament na cósa trésta!
L'intero Cosmo l'é scalastrê:
gâs venèfich drî al strê;
effetto serra, bumbulèt spray
scorie e vlègn druê arai;
e par zónta, su questo tono
avèn un bûs anch in dl'ozono...
L'omen intant in stê trambóst
l'ha fât la pert da mamalóch...
... e l'ha ardupê, cumpàgna
i stróz,
in mêz al nóvel, al sô zóch!...
Ma i mali possono essere debellati, dipende dall'impegno e dalla volontà dell'uomo che, se vuole, può far ridiventare la terra un nuovo paradiso terreste "dove" (dûv) poter vivere felice ed in armonia...
Dûv as canta con baldoria
Dûv tót quant viven in gloria
Dûv a sparés ogni timour
Dûv a règna soul l'amour
Dûv ogn'ón dal sô l'è sàzi
Dûv an tàca incióni g'gràzi
Dûv mai e mai a gh'è l'invéren
Dûv tót vivn'in éteren
Dûv la mòrt n'ariva mai
Dûv as vîv senz'inción guai
Dûv àn sa cus'è la guera
Dûv àn s'ròba e ns'fa cagnèra
Dûv a règna soul la pês
Dûv cranvêl al fa sucês...(5)
La sua verve poetica non si limitò soltanto alle zirudelle ma, da cattolico praticante qual era, scrisse diverse poesie in italiano, in rima baciata, di carattere religioso. La semplicità e la modestia che lo caratterizzò in vita, si riscontrano anche nelle sue poesie che componeva di getto e che raccolse, poi, in volumi(6). Gli argomenti, oggetto della sua attenzione, sono i più disparati e tutti i suoi versi, indistintamente, hanno un unico fine: rendere gloria all'Amore di Dio, esaltarne la bontà, con l'intercessione di Maria Santissima. Emblematica è la poesia stampata sul ricordino distribuito durante il suo funerale:
L'Amor di Dio è poesia
Che della vita mia
Aiuta il mio gran viaggio
Conforta e dà coraggio
Dà gioia piena al cuore
Chi cammina nell'amore.
Sa sempre sol donare
E tutto perdonare
Sa consolar gli afflitti
I vecchi e i derelitti
Donando un po' di pane
A spiriti e corpi che hanno fame.
Visita gli ammalati
Come pure i carcerati
I nudi può vestire
Può far tutti gioire.
Amare è parola breve
Però chi dà riceve
Gioia che sempre dura
Come l'eternità sicura.
La sua vita ebbe una svolta quando, nel 1959, conobbe, per un caso fortuito, Padre Pio. Diventò un suo estimatore e si recò molto spesso a Pietrelcina "... proprio come si va a trovare il proprio papà - diceva - Sarò andato più di cento volte. Ero di casa a San Giovanni Rotondo. Andavo a confessarmi e a chiedergli consigli per tutte le mie vicende. Lui ascoltava e mi dava sempre il suo consiglio che per me era sacro. Spesso gli ho servito anche la messa". Comprò anche un pulmino per portare amici, parenti, conoscenti ed ammalati dal "padre". Secondo il suo modo di pensare non era giusto che il "tesoro" che aveva trovato non fosse condiviso con gli altri, in particolar modo con chi ne aveva più bisogno. Seppe conciliare la devozione per Padre Pio con gli impegni quotidiani; seppe calare nella sua realtà questa nuova presenza senza tralasciare alcuni aspetti più frivoli quale, ad esempio, il suo impegno nell'ambito del carnevale locale. Ai veglioni non mancava mai; era sempre presente con il costume di Re Fagiolo di Castella, accompagnato dalla moglie e dal figlio più piccolo. Alcuni mesi prima della sua morte l'ho rivisto, assieme alla figlia Pierangela, di fianco alla statua di Padre Pio che fece collocare, a suo tempo, davanti alla sua abitazione, il Palazzone. Ci siamo salutati, da lontano, per l'ultima volta.
Note
1) - Vedi l'articolo “Così è se vi pare - 1889 e 1960: due tentativi di indipendenza dei decimini", in Marefosca, n. 2 (54), Settembre 2000, pagg. 5-21
2) Più gente c'è, più gente compera.
3) Faccio come il macellaio che vi dà in aggiunta l'osso senza farvelo pagare.
4) Primo Capponcelli impersonò Re Fagiolo di Castella nei seguenti anni: 1981, 1993, 1995, 1997, 1998.
5) Traduzione: Dove si canta con baldoria/dove tutti quanti vivono in gloria//Dove sparisce ogni timore/dove regna soltanto l'amore//Dove ognuno è sazio di ciò che ha/Dove non ci sono più disgrazie//Dove non c'è mai l'inverno/Dove tutti vivono in eterno//Dove la morte non arriva mai/Dove si vive senza nessun guai//Dove non si sa cos'è la guerra/Dove non si ruba e non si fa confusione//Dove regna solo la pace/Dove l'allegria fa successo...
6) Ricordiamo "Dio Amore Poesia", Stanghella (PD), 1984; "Il Santo Rosario e Litanie a Maria SS. In poesia", Stanghella (PD), 1986; "Il S. Vangelo in poesia" secondo l'evangelista S. Giovanni, Stanghella (PD), 1992.